Enid Grace Kingstone non esiste e così la sua famiglia.
Tutto quello che viene riportato su queste pagine virtuali, quindi, non è realmente successo.
È frutto della fantasia di un gruppo di players che si divertono.
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sabato 23 maggio 2015

May It Be

May it be an evening star
shines down upon you
May it be when darkness falls
your heart will be true
You walk a lonely road
Oh! how far you are from home.

Wilfred non è rimasto a casa, a dispetto del maltempo, armato di ombrello di tela blu è arrivato sino a Starbucks, che riesce a ricordargli il suo Paese più di altri locali sparsi per la cittadina e tenuta aperta la porta con le spalle, scrolla l’ombrello verso la strada per lasciar libero l’ingresso in pochi secondi. Wilfred è un uomo sui trentacinque anni di alta statura, ha un fisico proporzionato, non massiccio ma neppure allampanato, il portamento è tutto sommato elegante con le spalle e la schiena dritte, il passo è deciso; ha un volto dai lineamenti marcati, adombrato da una barba scura quanto i capelli tagliati corti e inevitabilmente ricci, specie con l’umidità, gli occhi sembrano grigi, una tonalità di azzurro cupa, sporca come se risentisse della pioggia. Ha un abbigliamento casual, sebbene ordinato, pulito e curato, come del resto qualsiasi altro particolare relativo alla sua persona: camicia di cotone rosso sbottonata sul collo, giacca e pantaloni di un’indefinibile tinta tra il color tabacco e il nero pece, abiti di taglio commerciale ben tenuti, le scarpe scure sono impermeabili, altrimenti avrebbe avuto la sirenetta tra i calzini e la suola interna.
Enid si è abituata a trascorrere le sue serate al bar, ordina qualcosa di caldo e un dolce, estrae il portatile dallo zaino, inizia a scrivere appunti che nessuno potrà mai sbirciare. È una ragazza di aspetto gradevole, capace di rendersi anonima, in grado di mimetizzarsi con l'ambiente sino a scomparire, a somigliare ad un complemento d'arredo. È minuta, piccola di statura e sottile nel fisico, silenziosa nei movimenti fluidi, aggraziati, ha un bel viso in cui brillano occhi verdi come il mare, in cui spiccano labbra piene rosate sulla carnagione diafana, i suoi capelli sono lunghi e sciolti sulla schiena, soltanto le ciocche laterali sono raccolte alla nuca da un fermaglio bianco, che spicca nel castano dorato della chioma. Indossa un abito verde smeraldo semplicissimo, scollo a V discreto su cui spicca un orologino in una cassa d'oro con relativa collanina, al polso ha un bracciale verde con motivi ornamentali dorati e ai piedi calza ballerine in tinta con quel vestito dalle maniche a tre quarti e la gonna leggera. Solleva il capo, involontariamente, nel veder entrare l'ottavo cliente della serata, il suo già pallido colorito raggiunge nuovi, preoccupanti livelli, contrae le labbra fra loro e poi le schiude per incamerare aria. Fa scivolare la mano destra al petto, sembra un'eroina di Jane Austen, indecisa su cosa fare o che reazione sfoggiare, opta per un basso profilo, incassa un poco la testa fra le spalle, indietreggia sul divanetto e prega che lui si accorga di lei, mentre supplica la sua sfortuna di ignorarla, di spezzarle il cuore e di camminarci sopra, così da farla finita con i sogni romantici, le malinconie senza alcun senso.
Wilfred si guarda attorno, ci sono pochi avventori e ciò lo ben dispone. Non mancano i posti liberi, l’aria profuma di caffè, si può sentire il sottofondo musicale, non c’è alcuna fila alla cassa e lui è diretto al bancone per ordinare, sebbene sia perplesso e scruti le varie offerte della casa. È in quel momento di attesa che riconosce quella gentile figura a lui nota, senza rendersene conto, sorride sino a scoprire i denti. Si accosta al divano con le braccia lungo i fianchi, accertandosi di aver visto proprio lei, ma sono gli atteggiamenti a definirla più di qualunque altro tratto fisico. «La Stella del Vespro!» la chiama con voce profonda, calda, il tono non cela lo stupore, usa il nome con cui dirigeva le quest a Londra. «Enid.» aggiunge, ricorda perfettamente il suo nome, la disgrazia che l’ha gettata in una profonda depressione. Affonda la mano destra nella tasca della giacca per estrarne un paio di occhiali dalla montatura nera. «Non sapevo…» non conclude la frase inforca gli occhiali, affonda la mano sinistra fra i riccioli indomiti, sorridente la osserva, una ragazzina esile, delicata dalla fervida immaginazione, una persona cara in un posto che non gli ha donato grandi legami sentimentali. «Come stai?» è una domanda banale. Sarebbe spinto ad abbracciarla fraternamente, a sedersi vicino a lei, a chiacchierare ma Enid sembra sulla difensiva, non che sia una novità e Wilfred ha imparato a rispettare i sui tempi. «Sono felice di rivederti, Enid.» afferma, inclina appena il capo a cercare dettagli che gli sono sfuggiti.
Enid è in quella posizione, non esattamente sensuale, quando sente la voce di Wilfred. Il suo stomaco si slabbra in una voragine, le emozioni accelerano i battiti, sposta cautamente gli occhi su di lui. Ci sono stati momenti in cui aveva soltanto desiderato lanciasse un dado o si decidesse a muovere il suo Aasimar Archon. «Kadhim il Valoroso.» esce un suono stentato, forse troppo basso per sembrare più di un sussurro, ma è accompagnato da un sorriso che fa sembrare gli occhi ancora più grandi, ancora più chiari. Torce le dita delle mani in grembo, abbassa la testa, si umetta le labbra, sente la gola arida, i polmoni pieni di aria bollente. «Wilfred.» prosegue, riesce a guardarlo di nuovo con un affetto lontano dalle fantasie, qualcosa di vivido, di reale: «Io ti credevo a Boston con Jenny.» constata, il trasferimento le è sfuggito, scoprirlo la rende felice, più di quanto sia disposta ad ammettere. «Sai, avevo trovato un lavoro e l'ho perso. Qui, mi hanno detto, c'è bisogno un po' di tutto. Credo sia stata vittima di un uragano o qualcosa del genere.» abbozza un mezzo sorriso. Chiameremo 'uragano', l'apertura delle Porte dell'Inferno ma Enid ignora cosa ribolla sotto terra o lascerebbe Sunnydale in dieci secondi. Non è codarda, però tra l'orchestrare un assalto e l'esserci in mezzo c'è una discreta differenza. «In effetti, qui faccio un po' di tutto.» termina questo ragionamento, infine sente essere suo dovere scollarsi dal divano, raddrizzarsi per bene, invitando Wilfred a sedersi, ciò che desidera e teme con uguale violenza. Le mani restano congiunte all'altezza del cuore, l'orologio deve essersi rotto a furia di subire gli sbalzi cardiaci, il colore sulle guance si fa più scuro, quasi da persona sana. «Sono così contenta.» lascia sfuggire dalle labbra, un'ombra di commozione nella voce sottile, sempre garbata, sempre gentile.
Wilfred è rimasto a lato del divano, senza incombere come il Tristo Mietitore, annuisce con una risata soffocata a sentirsi chiamare come l’eroico paladino della compagnia, il solo che non avesse mai giaciuto con Eawen, la dolce arciere silvana. Hanno avuto bei tempi, proprio bei tempi. Non le è affezionato unicamente per le serate trascorse al pub, per le risate, per le birre scolate con patatine fritte e strisce di liquirizia, ma perché di quello scombinato gruppo, Enid sembrava la più altruista, la più conciliante, una ragazza deliziosa nascosta dietro uno scudo, fosse il ruolo di Master o la timidezza estrema. Si scosta, quando si alza per guardarla. «Hai schiarito i capelli.» valuta quasi fra sé e sé, fa un cenno: «Stai splendidamente. Stavi splendidamente.» specifica cavalleresco, il tono è leggero. Ritorna serio, si massaggia il mento, quasi a riavviare la barba. «Jenny è rimasta a Boston. Non io.» risposta asciutta, non sembra propenso a concedere molto di più sulla faccenda: «Sono arrivato per la stessa ragione, però mi sono licenziato io. Ero in una scuola privata, una classe disciplinata, avevano persino la divisa, come fosse Hogwarts. Spiace lasciare una classe, lasciare gli alunni ma non quell’istituto.» fa un profondo respiro: «C’è un liceo, insegno lì e mi trovo piuttosto bene. I ragazzi sono mediamente disciplinati.» raddrizza il collo, sorride ironico e con il braccio sinistro cerca di circondare le spalle di Enid. «Non è facile trovare amici, lontano da casa.» farebbe una leggerissima pressione per accostarla a sé. «Siamo fortunati.» direbbe. Un abbraccio delicato, rispettoso con un leggero bacio fra i capelli.
Enid sta ancora serrando le dita con la mano sinistra, quando si avvede del movimento di Wilfred, non si scosta e si lascia andare, arriva così vicino da poter respirare il suo profumo, un dopobarba secco e fresco, socchiude le palpebre, la tensione si scioglie abbandonandola a un senso di spossatezza fisica. «Siamo fortunati, Wilf.» concorda sottovoce. Ha ascoltato tutto, ogni dettaglio, sa dove sarebbe inutile indagare, si scosta lentamente per sorridere. «Io ho trovato un bilocale, non è molto grande però ci stiamo comode, Gitel ed io.» racconta, ha ricambiato la stretta, se ne accorge perché ritrae entrambe le braccia. «Ho letto sui giornali che sono successi dei fatti di sangue, accadevano anche a Boston, a Londra e in qualsiasi altra città nel mondo. Io conoscevo una di loro, era un'infermiera molto simpatica. Sai, una sera, tagliando il pane, mi feci male e andai al Pronto Soccorso, fu lei a calmarmi, a darmi tutte le cure necessarie. Tre giorni dopo, sparì. È triste.» sposta gli occhi verso la vetrata. È ferita al pensiero che facciano del male a persone oneste, di buon cuore quanto l'infermiera, deve tacere qualche secondo. «Sunnydale è ospitale, almeno non è ostile.» pondera i termini con cura. «Io stavo bevendo un tea nero, ma è molto delicato. Ne vuoi una tazza?» domanda o propone, non è ben chiaro. La distanza di mesi si frantuma come una patina di ghiaccio e torna a sentirsi a suo agio. Non avrebbe mai concesso tanto affetto a qualcuno che la intimoriva e Wilfred non l'ha mai fatto. Siede, c'è un divanetto vuoto davanti a lei, sposta il portatile per fargli spazio. «Sì, ho cambiato la tinta. Li avevo bianchi con sfumature rosa, quando Patty mi convinse a visitare il suo salone. Non mi spiacque, sarò onesta.» ammette sorridendogli.
Wilfred non si fa pregare, si accomoda davanti alla ragazza, senza sfilare la giacca o appoggiare gli avambracci sul tavolo. «Il the di Starbuks non è il mio preferito, penso che opterò per un cappuccino al cacao.» ribatte semplicemente, si guarda attorno e ritocca gli occhiali, prima di aggiungere: «Ho trovato locale nei paraggi, nulla di sfarzoso e non l’ho neanche cercato. I vicini sono educati, riesco ad arrivare in orario al lavoro. Non serve altro.» fa spallucce. Riguardo l’infermiera acconsente senza commentare. È indubbiamente tragico, non può che rammaricarsi per la brutalità del mondo e sospira. «La sofferenza cessa con la morte. L’uomo onesto non ha niente da temere da Dio o dalla Giustizia, questo dice mia madre e mi piace pensare che sia veramente così e la vita si possa aprire a un’eternità meno gravosa e dolente.» riflette, la voce si è abbassata, ammorbidita come volesse confortarla. «Sembra che manchi persino una fumetteria. Mi mancano le nostre avventure, erano un bel modo per stare insieme.» cerca lo sguardo di Enid. «Ho provato sul web ed è stimolante, più letterario e meno spontaneo, alla fine. È difficile sbagliare strategia, se devi scriverla, trovare le parole migliori per impartire ordini. L’ho provato io stesso: ho spodestato il re di Westeros, il solito pazzo incendiario Caotico Malvagio per darlo a una Baratheon con il volto di Eva Green. Lo so.» porta la mano destra al petto, un gesto enfatico: «Se Eva Green pronunciasse il mio nome, potrei darle il mio iban e la testa di mio padre, ma la ragazza è in gamba, ha ucciso tutti i PNG bambini, ringraziando Dio.» la mano scivola dietro la nuca, come a massaggiare i muscoli del collo. «E io sono Lord Comandante dei Guardiani della Notte, le prostitute non devo neppure cercarle, come gli altri.» ride di cuore, alla fine. E vantiamoci.
Enid prende la tazza di tea, svuota una bustina di zucchero per girare furiosamente il cucchiaino. «Sai, non sono stata abituata a vederla in questi termini. Sarebbe deprimente pensare che l'esistenza cominci con la nascita e finisca con la morte di un corpo fatto di carne, ossa e sangue però Dio non riesco a sentirlo vicino. Sai, dopo la morte di papà, avrei desiderato sentire la Sua mano... Mi sono svegliata diverse notti con la netta sensazione che qualcosa volesse comunicare con me, abbracciarmi, confortarmi. Nei miei sogni, c'era una sorta di figura luminosa che parlava del fiume Lete, che papà aveva attraversato per raggiungere il Paradiso. Erano le mie speranze. Se esiste un fiume che conduce al Paradiso, Wilf, io spero che papà l'abbia percorso e sia lontano da tutto quello che lega la Terra ma non chiedermi di più.» la voce si abbassa, come il viso diventato quasi cupo. «Non prendermi per pazza, mia cugina infilava nelle gocce aspre nel tea per farmi dormire. Avrei sognato Lucy nel cielo circondata dai diamanti, altro che amorevoli lampadine.» conclude con una risata breve, amara. Fa una specie di broncio con la bocca. «Sì, ho presente: ella s'avanza, il serico crine oscuro quanto la tenebrosa notte, opulenta fronda di riflessi dell'iride incornicia il viso perfetto, che qualunque mortale ha sognato, ha sospirato di sfiorare e mai un dito ne ha profanato la purezza, i riflessi madreperlacei della pelle dalla grana finissima, morbida quanto un tessuto prezioso ricoprono il corpo armonioso, sinuoso che induce alla reverenza e al peccato.» afferma con la dovuta drammaticità. «Non che le descrizioni di Eawen fossero diverse, quando salì sulla quercia, specificò che potevate ammirare il solco proibito. Io mi domando cosa diamine fosse, il solco proibito perché teoricamente con i suoi pantaloni aderenti ne aveva un paio.» ride anche lei, giocherellando con i capelli, sino a quando non si rilassa contro lo schienale. «Facile avere il trono di spade, quando sei Eva Green.» conclude in una risatina maliziosa. «C'è un gruppo a Boston, ci incontriamo una volta al mese, siamo in nove. Due master, così possiamo alternarci e giocare. Se volessi unirti, saresti il benvenuto.» assicura incoraggiante.



Wilfred tiene gli occhi sul volto di Enid, a tratti arcua le sopracciglia castane senza interromperla. Non ha un’espressione scettica, casomai molto seria. «Può darsi che fosse una persona, un’entità spirituale, una vita simile e diversa da noi che ha cercato di consolarti e può averlo fatto perché sei una ragazza sensibile, gentile, che può attirare la simpatia di esseri simili.» serra le labbra, celandole sotto la barba. «Non sono pazzo io, né ho un gran fervore religioso ma non ci sarebbe nulla di male o di strano nell’essere consolata da una grave perdita, di esserlo stata da un Angelo perché credo sia giusto che proteggano le anime come la tua.» tira in su l’asticella degli occhiali: «Io non ho mai sognato o sentito qualcosa di simile, casomai mi svegliato dagli incubi con le carezze di Jenny. Piacevole, non mistico.» trattiene una risata. «Saranno stati rimedi erboristici. Tu non prendi altro.» è un blando rimprovero, senza nerbo, senza acrimonia. «Eawen aveva il profumo del bosco, delle prime gemme baciate di rugiada e saliva su ogni albero per farci vedere il culo. Restavamo un turno interno a guardarle il culo, mentre lei schivava o lanciava il primo attacco a tremila orchi incazzati neri. E mai una volta che chiedesse un parere, a meno che il culo non avesse un qualche potere magico a noi sconosciuto.» alza entrambe le mani: «Non ho mai detto tante volte culo. Perdonami, non è certo il modo di parlarti.» si scusa sinceramente, sa essere ed è un ottimo gentiluomo. «Buona idea, alternarvi e sì, mi piacerebbe entrare in un nuovo gruppo.» abbassa il viso, lo rialza. «Spolverare qualche pg e vedere come se la cava.» ispira dalla bocca. «Sono certo che mi divertirei con te.» espira dalle narici. «E in questa città, non c’è ancora internet. È come trovarsi in Senegal, manca solamente l’Ebola. Quanto ci mettono a ripristinare le comunicazioni, un secolo?» sbotta alla fine, fa un gesto con la mano. «Non riesco a contattare mio fratello, non sul telefono, non da mamma o da suo padre. Vorrei provare sul web.» confida con un misto di rabbia e di preoccupazione.
Enid beve il suo tea, valuta quelle affermazioni e non sa che peso darvi. «Potrebbe essere. Io non ho una mentalità chiusa, Wilf.» risponde, mentre abbassa il braccio con cui teneva la tazza. Il dettaglio su Jenny è uno spillo di ghiaccio nel cuore, non un dolore straziante, ma una fitta veloce e crudele. «Lei è rimasta a Boston.» rimarca, come aveva promesso a se stessa di non fare, blocca la lingua fra i denti, fissa la vetrina per interi secondi. «Preferisco i rimedi naturali, però non pretendo di guarire dal cancro con la Valeriana.» puntualizza, ritorna su di lui per sorridere con dolcezza. «Dovevo dare il responso in base alle azioni, lei agiva e non potevo far passare una coltre di nebbia che rendesse invisibile l'orizzonte.» si difende in tono cantilenante: «Durante le sessioni, hai usato termini anche più coloriti.» gli ricorda, ride di nuovo. «Ti troverai bene, ne sono certa e incontrerai altre persone. Io non ho molte amicizie, anzi non ne ho alcuna a Sunnydale. Conoscenze superficiali, ma sai che non ho un carattere aperto.» si stringe nelle spalle. «Peter?» sa come si chiama il fratellastro: «Vai a Boston, in un internet bar per cercare di contattarlo. Può darsi che non abbia voglia di parlare, ma qualche messaggio lo accetterebbe. Talvolta, capita.» cerca di tranquillizzarlo. Lei odia le telefonate, sono un'invasione alla sua privacy, cerca di evitarle mentre è più comunicativa tramite i messaggi, perciò non la stupisce che altri possano nutrire la medesima ritrosia.
Wilfred inclina la testa: «Ti ricordavo più combattiva. In tanti hanno bussato alla porta per parlare di Dio?» chiede divertito fra il serio ed il faceto. La frecciatina successiva è gratuita, la incassa con un movimento del busto. «Non l’ho trovata in un’orgia satanica, coperta del sangue di vergini.» afferma con maggiore durezza, finora aveva parlato con calore, in tono affettuoso: «Esistono legami che si sfaldano, senza clamore, senza vergogna. Non volevo rimanere a Boston. Mi aveva stancato, sul principio, non desideravo vederla anche per mero caso. Il resto è noto.» infila la mano in tasca, senza alcun motivo. «I cittadini sono gentili, ma non ho trovato nessuno di abbastanza interessante. Sono uscito con una collega, simpatica, brillante però al mattino siamo tornati al lavoro.» rimane sul generico, perché è un cavaliere. Non è scoccata la scintilla, intende dire e non alludere ad altro. «Clarice Cooper era una mi studentessa. Aveva una passione viscerale per il Doctor Who.» estrae dalla tasca una spilla, una pin rotonda di metallo con il logo del serial: «Me la regalò, perché scoprì che lo seguivo anche io e poi ero inglese.» la rigira fra le dita, sembra rivedere la ragazzina entusiasta, indifesa come qualsiasi altra alla sua età far scivolare sulla cattedra il regalo, un sorriso timido sulle labbra e un destino crudele ad attenderla, nessuna speranza per la piccola Cooper, solo una notte di orrore. «È stata dura, il suo banco è rimasto vuoto per molto. Il suo armadietto è rimasto vuoto. Ho cercato di aiutare i ragazzi a sfogare la rabbia, il senso di impotenza e l’abbiamo fatto anche noi professori. Aveva quindici anni, si è affacciata alla vita e qualcuno l’ha strappata a chi le voleva bene, a chi avrebbe amato, a chi avrebbe odiato. L’ha abbandonata come una bambola rotta, come un rifiuto.» la voce si incrina per la rabbia. «Scusami.» aggiunge, mette la spilla in tasca. «Peter ha dei momenti bui. Non ci taglia fuori totalmente e forse hai ragione, forse scrivendo si aprirà con me.» conclude.
Enid fa una smorfia. «No, neanche uno e questo mi ha reso condiscendente, possibilista.» replica con cipiglio scherzoso. Riprende in mano la tazza, ormai è vuota e ne studia il fondo. «Non volevo mancare di rispetto a qualcuno.» pigola con sincero rammarico. «Era una constatazione futile, mi spiace.» aggiunge mesta. Wilfred, in compenso, non ha capito l'antifona o lei manda segnali discordanti, perché smesso con Jenny, attacca con la collega che sarà un'unione di menti, però produce il medesimo effetto, deglutisce in silenzio. Le viene facile chiudersi in un gomitolo di pensieri. Non è preparata al resto, a quel racconto seguito tramite i media, diventa una storia di persone reali e la compassione, mai lesinata, diviene densa come una massa vischiosa che azzera le sue riflessioni, scrolla il capo un paio di volte, porta le dita alla bocca e non vuole piangere, non può piangere, però gli occhi sono addolorati, la spirale di sofferenza che Clarice Cooper ha involontariamente generato sembra aver toccato l'intera cittadina. «Lei avrà aperto i suoi occhi azzurri in un nuovo posto.» cerca di rammentare le parole sussurrate dal figura luminosa, di adattarle: «In riva a un fiume dalle acque limpide, fresche e sarà stata invitata a salire su una barca, non ci sarà stata più angoscia o dolore per lei, soltanto il dolce sciabordio delle onde, abbassando lo sguardo avrà veduto dei bei pesciolini scintillanti guizzare sin sulla superficie, avrà sorriso, avrà teso le dita per accarezzarli, loro non saranno sfuggiti, avranno apprezzato il tocco di un'anima buona. Avrà avuto sete e presa l'acqua dal fiume... Il Paradiso si sarà spalancato, i Beati e i Giusti saranno stati lì ad accoglierla, gli Angeli a proteggerla e le cose passate per lei non saranno più.» si gratta la guancia, trattenendo un singhiozzo. «Ora, pensa che Patrick ha bisogno di suo fratello. Posso accompagnarti a Boston, ho una macchina.» cambia discorso, ingoiando aria e lacrime.
Wilfred rimane a rigirare la spilla tra le dita, nella giacca mentre Enid parla e un sorriso amaro si disegna sul suo volto. «Sarebbe bello. Sarebbe giusto per tante persone.» è un mormorio, non concede altro alle emozioni, non parla per secondi che si dilatano in minuti ma di lei apprezza anche il conforto senza consigli, senza suoni, il conforto dato dalla semplice presenza di un’amica comprensiva, compassionevole nella più nobile delle accezioni. «Ho la macchina.» vorrebbe tornare al brio di prima, invano: «Saresti gentile ad accompagnarmi, Enid.» posa le mani sul tavolo: «Mi farebbe molto piacere, se accettassi di venire con me e mi farebbe altrettanto piacere conoscere il gruppo di gioco. Ti ringrazio.» si rimira le dita, pensieroso: «Non sono bravo quanto te a… Dire la cosa giusta al momento giusto. Tu hai questo dono, sai trovare parole che tocchino il cuore, che trasmettano esattamente l’emozione che desideri e sai aiutare con naturalezza, porgi la mano, sorridi come se fosse scontato, normale e non lo è affatto, per tutto questo, Enid… Ti ringrazio.» alza lo sguardo sul volto della giovane donna, il sorriso si fa più aperto, la serenità sembra rischiarare lo sguardo: «Sei realmente, la Stella del Vespro.» sentenzia affettuoso.
Enid mordicchia il labbro, non fa altri commenti. Guarda oltre la vetrina e la pioggia ha concesso una tregua o mentre parlavano è arrivata l'estate. «Sei generoso con me.» risponde a Wilfred: «Io spero di non deluderti mai.» dice quasi sottovoce. Se è vero che sa comunicare esattamente ciò che desidera non sarebbero in quel locale da ore o forse, sarebbero diretti in un meta comune e non perché Wilfred cavallerescamente accompagnerebbe Enid a casa, pure se questa soggiornasse in una casa del crack, ma sono bazzecole. Sono dettagli, quanto afferma è un balsamo per la sua autostima ed è una fioca speranza che si accende, può darsi sia soltanto un modo per farsi del male però è così dolce ascoltarlo, immaginare di colpirlo per le doti che lui rimarca e spronarlo a vederla con gli stessi occhi con cui Enid lo guarda. Sa di esserci cascata di nuovo, alla fine, non ne è mai uscita realmente però l'affetto sincero di Wilfred è importante, lo stima come uomo, si fida di lui e non potrebbe escluderlo dalla sua esistenza, non per molto tempo. All'ultima frase, ride imbarazzata. Giocherella con i capelli castani, con la sensazione di avere nello stomaco un rospo, perché le farfalle sono per le ragazzine sognanti. Lei è già stagionata. «Devo andare a Gran Burrone.» rivela, recuperando le cose, quelle che ha totalmente scordato sino a quel preciso istante. «Ho una vicina di casa attenta. La sua scusa è avere ottant'anni, una bella pensione e una famiglia unita, la verità è che non si capacita dell'assenza di via vai dalla mia porta. Tralasciando le mamme dei bimbi che sorveglio o i ragazzini a cui faccio ripetizione.» scrolla le spalle. È chiaro che lo affiancherà a Boston, quante volte vorrà e sarà ben lieta di farlo, soffoca uno sbadiglio e si alza. Sono rimasti soltanto loro e va bene così. #ciaodignità. #accennidifeels #sansasperanza.



May it be the shadows call
will fly away
May it be you journey on
to light the day
When the night is overcome
you may rise to find the sun.

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