Enid Grace Kingstone non esiste e così la sua famiglia.
Tutto quello che viene riportato su queste pagine virtuali, quindi, non è realmente successo.
È frutto della fantasia di un gruppo di players che si divertono.
Dove?
Qui

lunedì 24 agosto 2015

To the Wonder

Wilfred ha un ombrello per le emergenze, però, al momento attuale c'è una tregua nel maltempo, le nubi nascondono le stelle, però non sente tuoni e l'acqua del lago è calma, increspata da onde lievi, il loro rumore è rilassante per l'Osservatore. È seduto su una banchina dallo stile vittoriano, cornice in ferro battuto, seduta e schiena in legno, sebbene sia accomodato può dirsi una figura imponente, il fisico è piuttosto atletico, pure se poco traspare dalla camicia verde militare dal colletto sbottonato o dai pantaloni di stoffa leggera color fumo, calza un paio di scarpe nere adatte alle camminate nei boschi. Solleva le maniche sino al gomito, affonda le dita della mano sinistra fra i corti capelli ricci, il viso è assorto in un punto nello spazio, gli occhi sono di un azzurro cupo ma lo sguardo resta calmo, fermo; la barba che percorre la mandibola è appena un'ombra. Respira a fondo. «Andremo al giardino botanico di Boston.» propone, la voce profonda è bassa, gentile: «Se non ci sei già stata. Passeremo lì qualche ora, poi andremo a cenare.» aggiunge con un sorriso lieve, non mostra i denti, il braccio destro, però, vorrebbe cingere le spalle della ragazza per attrarla un poco a sé. «Ti piace l'idea?» chiede infine.
Enid sembra persuasa che qualche astro sia visibile, perché si sporge a cercare tra una nuvola e l’altra, quasi che fuggissero al suo sguardo. È la solita chiacchierona estroversa, arrivati a destinazione è rimasta seduta con lo sguardo diviso tra cielo ed acqua, salvo poi spostarsi su Wilfred con premura, sicura che i suoi pensieri fossero foschi quanto il tempo atmosferico. Ha raccolto i capelli castani in un’alta coda, mentre il volto ha una leggera traccia di trucco, abbastanza da valorizzare lo sguardo di un verde intenso, le labbra carnose; indossa un abito di seta blu lungo sino alla caviglie, il corpetto è stretto da un elastico per far risaltare la figura sottile, le curve femminili che ne addolciscono l’aspetto, calza sandali con il tacco in legno e strisce di cuoio blu, la borsetta è una rettangolare notte stellata, sulla stoffa risalta il ciondolo in argento della collana, il cristallo sembra illuminarsi di riflessi caldi. «Mi piace molto.» risponde, lasciandosi stringere, alza la mano per tentare di accarezzargli dolcemente il viso sino alla spalla, così da guardarlo negli occhi: «Rivedere il giardino botanico con te, andare a cena insieme, poi andare a casa renderà la giornata meravigliosa. Andremo al planetario, la prossima volta.» soggiunge con brio, qualcuno dovrà pur mostrarlo. O crederanno siano lì per un patto suicida. «Da bambina, mi piaceva ascoltare lo zio Ethan, lui mi portava a vedere le stelle. Ha buone nozioni di Astronomia. E non disdegnava l’Astrologia, ma solamente per avere qualche storia da raccontare.» sembra intenerirsi al pensiero. «Ci pensi mai?» domanda, scosta la mano a indicare il cielo: «Vediamo la luce di stelle che sono morte e quelle che nascono in questo istante ci sono celate. Mi piacerebbe vedere la nascita di una stella.» commenta sognante.


Wilfred si volta, al tocco di Enid e l'ascolta, si sofferma sul volto di lei, riuscendo a piegare gli angoli della bocca per la seconda volta, studia quel mutare di emozioni negli occhi, fa un cenno di assenso col capo. «La nascita di una stella è uno spettacolo violento.» dice con l'ignoranza di chi si è laureato in Storia Medievale: «Se ci pensi, la nascita è un processo che prevede una dose di brutalità.» soggiunge meditabondo: «Dio disse 'Sia la Luce!'. E la luce fu.» va a memoria, solleva un poco la testa: «Dio esclama... Un'immagine potente, Egli crea la Luce ma non in un bisbiglio, bensì scandendo con sicurezza le parole... Un'esplosione, una metaforica bomba che si espande nell'intero Universo, negli Universi, inondandoli di qualcosa di sconosciuto: la Luce. Tutto è cominciato con quel tuono in grado di frantumare dimensioni intere. Tutto è iniziato con un gesto vigoroso.» congettura. È un peccato che manchino le salaci chiose di Doctor Watson. «Rifletto spesso su questo. Sulla Creazione, sul desiderio di Dio. Cosa cercava, mentre elaborava il Tempo, lo Spazio? Cosa vedeva mentre dava l'essenza agli Angeli e poi alla vita stessa? Cosa l'ha portato al punto di elaborare tutto ciò?» usa l'indice per indicare il lago, il cielo, persino loro due. Sospira. «Sono pensieri troppo grandi per un uomo.» conclude, dopo un attimo di silenzio: «Eppure, mi piace perdermi.» soggiunge, il dito tenta di percorrere il disegno delle labbra di Enid, lo sguardo che le rivolge è languido, luminoso, innamorato.
Enid non risponde subito, non sembra essere un argomento che esige una replica immediata, sorride quando le sfiora le labbra, riesce a guardarlo senza provare disagio, senza avere l’impulso di sviare l’attenzione. Sente unicamente una pace che arriva sino al cuore, un affetto che pare essere nato con lei, accompagnandola sino a quella sera di Agosto, ai giorni strani e meravigliosi che attraversa. «L’amore.» è quanto esce dalla bocca: «Una creatura onnipotente desiderava che questo sentimento fosse nutrito da altri esseri, in modo diverso e simile. Voleva essere amato, voleva amare. Voleva che la Luce, l’Oscurità, lo Spazio, il Tempo servissero l’Amore, lo rendessero accessibile, comprensibile agli Angeli, agli Uomini, agli Animali. Dio è Amore. Voleva che quello che ardeva in Lui, arrivasse a noi, perché sapeva che era cosa buona, che era cosa giusta.» fa una pausa. «Vedere il mondo, in un granello di sabbia. E l’Universo in un fiore di campo. Possedere l’Infinito sul palmo della propria mano e l’Eternità in un’ora.» recita con una discreta bravura, non troppa enfasi, nessuno scivolone sentimentalista. «Credo che sia il dono che ci ha offerto.» ispira, espira. «Credo che sia ciò che gli Angeli Caduti hanno perso.» non cerca conferma. «Noi siamo molto invidiati e siamo molto amati.» sorride ancora una volta: «Perché io sono convinta che Dio, gli Angeli sorridano con noi!» esclama vivacemente. Se non sarà incenerita da un fulmine, sarà una piccola, grande vittoria.
Wilfred solleva lo sguardo e le nubi si sono addensate, non c'è molta speranza in un domani soleggiato. Abbassa la mano, cercando di stringere le dita di Enid. «Ieri sera, Nathaniel parlava di cosa pensa ci serva per vincere contro Awentia: sicurezza.» riporta alla ragazza, un po' scettico nel tono: «Io ho ribadito che dobbiamo fare la cosa giusta. Dobbiamo essere sicuri di questo, non di noi stessi. Certo, occorre avere tecnica, competenza, però io so che ce la faremo perché stiamo facendo qualcosa di giusto. Stiamo salvando delle vite, stiamo liberando l'Umanità da una creatura malvagia e questo va oltre ciò che siamo.» illustra la sua opinione, ma chiaramente non si attende che lei risponda con un sottomesso assenso, ha una compagna, non un animale domestico. «Il dono che ci ha concesso è il Libero Arbitrio e... La capacità di amare.» valuta in un mormorio. Sorride, chinando il volto: «La capacità di scegliere chi amare e come amare.» soggiunge, piega la bocca: «Generoso. Può darsi che pensandola così, si possa rispondere a tante domande che si fanno su Dio: ci creati per amore, ci ha creati per amare. L'amore è una forza che non ha pari al mondo. Ci ha dato un enorme potere.» conclude la riflessione con un leggero sospiro. Sa che Enid è una ragazza intuita, perciò non si lascia sfuggire una parola: con un movimento repentino cercherebbe di tirarla in piedi, con quella che pare una risata trattenuta. 
Enid si accosta per tentare di strofinare la punta del naso contro il suo collo, poi si ritrarrebbe con un’occhiata maliziosa. «Nathaniel è stato coraggioso e mi ha aiutata, non voglio dirne male ma l’ho visto con Marlene, non si curava di nascondere che avrebbe preferito fosse sola.» riferisce atona: «Tra la schiettezza e la maleducazione passa una linea piuttosto larga, ma tanti fingono non esista affatto.» conclude, non si addentra oltre, non è sicura di aver fatto bene a parlare. «Tu cerchi la Giustizia. Non tutti hanno quest’aspirazione.» replica con calma: «Non penso basti essere sicuri di sé per avere successo in un’impresa, qualunque essa sia. Credo serva avere una motivazione, può essere di natura etica, come in questo caso, ma agire soltanto per la propria gloria è sterile, non produce niente di duraturo.» respira, prende tempo, raduna le idee per esporle: «Le ricchezze si dividono, gli imperi crollano, rimane ben poco di un uomo alla sua morte. L’amore che ha suscitato, l’amore che ha nutrito possono ispirare altri uomini, non tanto ciò che ha fatto, ma perché è stato fatto può essere immortale.» è il suo punto di vista, né l’ha cambiato per fargli piacere. Sta per ribattere alla conversazione teologica, quando la presa alla sua mano diventa decisa, punta i piedi a terra, scivolano sull’erba, infine per non trovarsi a terra viene letteralmente raddrizzata. Non è spaventata, casomai sorpresa e sbatte le palpebre incredula. «Wilfred.» cerca di guardarlo in viso: «Che diavolo vuoi fare?» domanda. Non svicola, per ora. Non sa che criminali (?) intenzioni abbia.
Wilfred aspetta che Enid sia in piedi, ha rischiato di farla finire dritta sull'erba ma sapeva che avrebbe finito per accettare la sua pressione. «Nathaniel ha pregi e difetti.» valuta senza alcuna emozione particolare. «Se cerca di fare colpo su Marlene, ha scelto la preda impossibile.» arcua le sopracciglia, dubita che abbia mire sulla Serafino, epidemicamente, lo colloca altrove. Evita di fare il pettegolo, all'aperto. Passa la mano libera sotto al naso, gustando la meraviglia di Enid. «Nina dice che l'acqua è tiepida.» non aggiunge una parola, non spiega e non ne ha bisogno. È consapevole della timidezza, della ritrosia di Enid. Vuole scherzare, gettare un po' di sana allegria in quelle torve giornate, perciò sfrutta la velocità per afferrare la giovane per i fianchi, sollevarla, sistemandosela sulla spalla destra, come un sacco. Il modo di più semplice e lui ritiene il più divertente, ci mette energia ma non vuole farle alcun male, sta attento a non mettere a rischio Enid. 
Enid prende fiato, sembra già stremata e si è alzata in fretta. «Non crederai faccia il bagno con l’abito nuovo?» ribatte sconvolta, anche se non può negare quanto sia sottilmente giocoso il momento e lei ne è felice, non vedeva Wilfred così propenso a sorridere da tempo, vuole assecondarlo ma non dargliela vinta. Svicola con l’agilità di una gazzella. Sono rimasti soli, niente le vieta di fare una corsa per mettere la panchina quale barriera fra loro, lei scoppia a ridere di cuore. «I Traghettatori hanno la pelle gelida: potrebbe trovare tiepida anche una lastra di ghiaccio.» fa finta di sbottare. Si aggrappa allo schienale con entrambe le mani. «Mi avresti caricata in spalla come un tappeto. Sono scandalizzata e dovresti esserlo anche tu!» aggiunge con veemenza teatrale, si incurva leggermente per reggere meglio eventuali attacchi.
Wilfred è meno preparato a vederla scappare, gli sfugge un suono che somiglia a una mezza risata. «La Polizia potrebbe insospettirsi, Enid.» replica, quando la vede sgusciare verso la panchina, rimane a fronteggiarla, l'aria sembra essere divenuta più umida però non gli importa affatto, animato da una sensazione vivace, piacevole che lo inebria, che nasce dalla costanza della ragazza di stare accanto a lui, di confortarlo, di spronarlo, di amarlo tanto quanto è amata, se non ancora di più e ciò lo commuove, e ciò lo spinge a mettere via la tristezza per qualche tempo. «Sembri Dafne, inseguita da Apollo.» inclina il capo. Tenta di prodursi in uno scarto agile, un balzo che dovrebbe portarlo dalla stessa parte di Enid, se gli fosse concesso, malgrado la veneranda (?) età, sarebbe abbastanza vicino da cercare una seconda presa.
Enid ride di nuovo, anche quando lui cerca di raggiungerla. Si ritrae per arrivare al bracciolo. «Credi possa diventare un albero?» gli domanda. Non fa nulla per tenerlo a distanza, sembra farcela da solo. «Non sei un grande sportivo!» commenta allegramente: «Apollo dovette correre parecchio, tendere agguati. Dovresti documentarti sulle sue tecniche, perché io non ho nessuna intenzione di farmi gettare nell’acqua, mentre minaccia pioggia.» si ferma, prende fiato, si muove per tornare alla seduta con i ruoli invertiti, ma non lo fa in fretta, alla fine, non desidera che qualcuno creda sia in ballo una lotta furibonda. È il primo momento spensierato da quando Peter è morto, vede Wilfred non libero dal fardello ma vivo e non può chiedere altro. «Però, sono curiosa di vedere cosa riesci a ottenere imitando Doctor Watson.» afferma in tono di sfida: «Coraggio!» esclama. 
Wilfred si passa la mano sinistra sugli occhi. Enid la fa franca per la seconda volta. Sbuffa. «Staresti ferma, perciò... Non penso.» non è serio, non ha ragione di esserlo. Scrolla la testa, fermandosi a due metri da lei: «Dovrei studiare strategie perdenti?» domanda pleonastica: «Il ratto delle Sabine farebbe al caso mio e quel lago non è una fogna a cielo aperto, non ti squaglierai come un cartone animato nella salamoia.» la incoraggia a lasciarsi andare, invito con stoccata nerd che cade nel vuoto. Sta per cambiare piano, quando è pungolato. Ride, stavolta, piano e per qualche secondo ma ride. «Come vuoi.» acconsente. Secondo scarto, stavolta mirato a placcare Enid, prima che sia lontana. Buttarla a terra è contemplato, perché riuscirebbe a riprenderle la mano con cui trascinarla in acqua. L'idea di essere bloccato dalla Polizia, attualmente, non lo tange. 
Enid studia i movimenti di Wilfred, si dilegua prima che lui sia troppo vicino con una risata limpida. «Stai bene?» gli domanda premurosa, quando manca clamorosamente l’obbiettivo. Frena l’ilarità, perso, si massaggia il collo. «Non ci entro nel lago, l’ho detto e lo ripeto. Non puoi farci nulla.» ribadisce con fierezza. È sincera. Non indosserebbe mai un costume da bagno, scoprendo la schiena, ma non farebbe il bagno vestita e truccata. Resta silenziosa, scruta il cielo, sente le gocce tempestare le foglie, l’acqua. «Rientriamo?» chiede all’Osservatore. Se rimangono per molto, conviene avere il doccia schiuma. Si raddrizza, si avvicina alla panchina per recuperare la borsetta. 
Wlfred rischia di cadere, ingoia un'imprecazione ma la risata di Enid è adorabile. La pioggia non ha più occhiali da colpire. «Devo trovare un bravo oculista.» dice alla compagna, resosi conto di quanto siano affaticati gli occhi: «Non riesco quasi a leggere.» sbotta. In settimana, cercherà qualcuno che lo visiti, gli prescriva le nuove lenti, al momento, strofina i palmi delle mani tra loro. «Sto bene.» risponde senza indugio. Volge l'attenzione al lago, ma quando Enid si accosta di nuovo, anche se è perfettamente consapevole di aver bruciato le sue carte migliori, di essere stanco, di non essere veloce quanto lei, decide di provare. Non è competitivo o forse lo è in maniera alquanto singolare. Allunga il braccio destro per stringere il polso sinistro di Enid, l'arto sinistro cingerebbe la vita per darle una spinta sufficiente a farla andare oltre la riva. Finirebbe seduta in tre centimetri d'acqua, poi spetterebbe a lui, tramutare il primo contatto in un bagno.
Enid persuasa di essersi salvata, di aver posto fine allo scherzo, abbozza uno sbadiglio. «Cerchiamo sull’elenco del telefono, prendi un appuntamento appena è possibile e avrai risolto la situazione.»  ribatte con la sua voce quieta, gentile. Non si aspetta di essere afferrata rudemente, trascinata a viva forza sino al lago, non più. Tenta di bloccarsi, ma scivola sull’erba, prova a divincolarsi ma stavolta, Wilfred ha una presa d’acciaio, usa il braccio libero per scansarlo, fallisce. Nel preciso istante in cui la spinta dell’uomo viene a mancare, Enid si trova sbilanciata, dondola con l’acqua alla caviglia, capitola sul letto del lago di sedere, impatto doloroso ma non mortale. «Sai essere uno stronzo, Wilfred George Mott!» ringhia, l’acqua gonfia la gonna blu, lei sembra essersi seduta di sua spontanea volontà a cinque centimetri dalla riva. «Piove.» ricorda con severità. «E non è propriamente tiepida.» aggiunge. Parte dello sdegno nervoso è una recita, ma parte è reale, perché non aveva alcuna voglia di fare quell’esperienza. Sospira, alla fine, placandosi del tutto.
Wilfred può dirsi soddisfatto, sorride trionfante a Enid. «Mi rende sexy.» afferma con un certo brio. Si avvicina in fretta, sfila solamente scarpe e calzini. «Torniamo in auto, nessuno ci vedrà.» la rassicura, andandole accanto. L'acqua non è del tepore adatto a un bagno profumato, però a lui sembra bastare. «Facciamo due passi in acqua, poi andiamo.» dice avanzando nel lago, sente i piedi toccare la sabbia, le alghe. «Soltanto per... Fare qualcosa di... Divertente.» si gira. È una richiesta, alla fine non le sta domandando di buttarsi da un grattacielo di sedici piani, non essendo uscita subito, ha buone possibilità che acconsenta e quella piccola infrazione alla normalità, alle loro passeggiate, alle loro serate, sarà stata più utile di quanto Enid possa immaginare.

venerdì 14 agosto 2015

Thinking Of You

I'm thinking of you
Wonder where you are tonight
I wish that I could hold you tight
I'm thinking of you
Wish you could stay
But you're so far away
So far away.

Non so come avremmo raggiunto Londra, senza l'aiuto di Samuel. È entrata con l'imbarazzo di un ragazzino, mi ha rifilato del cibo e prima di uscire, si è voltato e ha compreso: eravamo imprigionati nelle nostre fragilità, immagino che abbia veduto centinaia di persone come noi, incapaci di reagire con la necessaria lucidità, nonostante avesse litigato con Wilfred, gli ha offerto un aiuto che io non sapevo fornire e non perché Wilfred si sarebbe rifiutato di picchiarmi.

«Quando si è come il tuo amato e si è così arrabbiati, bisogna sfogarsi e sfogarsi fino a non capire più nulla, o sbaglio? È per questo che hai tirato quel pugno prima, perché hai talmente frenesia dentro che non sai come tirarla fuori.»

Peter era un amico, un ricordo dolce e piacevole, la sua voce bassa accarezzava gli schiamazzi del pub, quando si accorse che la presenza di altre ragazze con suo fratello mi feriva cominciò a distrarmi con la sua conversazione brillante, con la sua ironia sottile, con la sua sensibilità delicata. 
Quando morì papà, Peter trovò il tempo di passeggiare con me al parco e di ascoltare discorsi che giravano a vuoto sull'uomo che avevo perduto, lasciava pochi consigli perché sapeva non era il momento di elargirli.
Una sera, eravamo rimasti su una panchina nei giardini francesi di Hyde Park, dietro di noi, c'era chi si godeva il fresco sulle sdraio, io ascoltavo lo scrosciare dell'acqua nella vasca, le ninfee scivolavano piano da un bordo all'altro della fontana. Non avevo niente da dire, come Wilfred, Peter sapeva rispettare i miei silenzi.


Mi voltai, d'un tratto per sorridergli, per rassicurarlo che stessi bene, lui si accostò ed accettai il suo tocco gentile sulla testa, un gesto di affetto, in fondo, anche suo fratello mi aveva abbracciata e lasciata piangere sulla sua spalla, ma Peter non desiderava soltanto quello. 
Tentò di baciarmi, posai una mano sul suo petto, mi accorsi di quanto il battito fosse accelerato, si scostò in fretta.
Ha chiesto perdono talmente tante volte da farmi credere si fosse incantato, come i vinili della mamma. Lo rassicurai: non era successo niente di riprovevole, era stata l'atmosfera, la tensione nervosa, la mia scarsa comunicabilità.
Peter scosse la testa, non disse altro, si scusò altre cinque o sei volte, sino a quando non gli domandai di rientrare.
Era attratto da me?
Può darsi, forse soltanto per una sera, forse solamente per il mio dolore.
«Non si possono salvare tutti Wilfred, nemmeno volendo. Non avresti potuto qui, da Sunnydale, non avresti potuto se fossi stato lì, perché purtroppo le persone quando si mettono su una determinata strada, al primo passo sono segnate.»
Non so cosa sia successo, era felice con Serena, nei suoi occhi c'era una luce nuova, ci salutammo come amici, restammo in contatto come amici, l'affetto era sincero, limpido, mi mandava foto di Serena in cucina, gli spedivo immagini dei libri acquistati sulle bancarelle. Peter mi spronava a cercare un lavoro 'alla mia altezza', come fossi un'intelligenza rara o una donna dalla cultura sconfinata, mi diceva che aggiustando il tiro a certe mie quest, avrei ricavato buoni romanzi, io gli ripetevo di non avere costanza.
«Serena è un editor.» chiamava la sua compagna su Skype: «Daresti un'occhiata?»
Serena annuiva: «Mandami tutto, allegato in una email. Concedimi tre mesi.» rispondeva con la sua spontanea allegria: «E fra dieci anni, la Rowling avrà una degna pari. Non quelle disgraziate senza buon gusto che parlano di Vampiri luminosi e di donne sottomesse!» esclamava vivace.
Seppi da Wilfred che si erano lasciati, anzi che Peter aveva congedato Serena, tra un'assenza e l'altra dal posto di lavoro.
Wilfred cercava Peter, Sandrine cercava Peter, persino Paul lo cercava, lui si ritraeva, gli ho mandato un paio di email da Boston, per fargli sapere che ero sempre sua amica, che ero a disposizione, se non voleva parlare con la famiglia... Quando ha imboccato la strada sbagliata?
Lui era altruista, aveva a cuore gli altri, aveva sogni e progetti da realizzare, quando ha gettato tutto per ascoltare un bisbiglio nelle tenebre?

«Vivi una vita difficile, cose che per altri sembrano facili per te sono sfide. Entrare in un ambiente sconosciuto, girare in macchina, sono missioni non da poco, perché potresti trovarti di fronte ad uno spirito nella fase di negazione della sua morte.  O addirittura uno incazzato che ti si lancia addosso perché puoi vederlo. Io so come ci si sente, ho provato a dirtelo, sbagliando i modi, ma io che vuol dire sentirsi fenomeni da baraccone per quello che si è costretti a vedere. Ti ho mostrato cosa vedo ogni giorno, come vivo e guardarmi anche ora, mi ha rotto la mascella e la tibia e non sento quasi nulla.»

Peter è forse rimasto all'ombra di tutto questo, ho il suo diario, non sono certa di volerlo, di poterlo leggere, l'ho preso per evitare che Wilfred o Sandrine lo trovassero. Lo terrò in un cassetto, forse il mio fardello sarà custodirlo, non scoprire chi era il mio caro, dolce amico.
Ho passato intere notti a consolare Wilfred, persino nel sonno, accarezzandogli i capelli mentre aveva un incubo, tenendolo stretto quando sembra vacillare. 
Serena avrebbe fatto lo stesso con Peter, ovviamente, forse lui non l'amava più e non era uomo capace di mentire...
Lasciar andare qualcuno è difficile, esigiamo delle risposte, vogliamo che ci sia un conforto, un addio, raramente succede.
Io l'ho provato con papà, nessuno dovrebbe passarci e più o meno tutti attraversano questa strada. 
La morte lascia un vuoto, uno spazio nero nell'anima, un baratro dove escono le nostre paure, abbiamo tutti uno spazio oscuro dentro di noi, tutto ciò che possiamo fare è imparare a conviverci.

I know someday
I'll hold you again
You and me together again
But untill that day
I'm thinking of you.

giovedì 13 agosto 2015

sabato 8 agosto 2015

Fools Rush In

Fools rush in
Where angels fear to tread
And so i come to you my love
My heart above my head
Though i see
The danger there
If there's a chance for me
Then i don't care

Cerchiamo di non sembrare due cretini, Wil.
Appunto.

Fools rush in
Where wise men never go
But wise men never fall in love
So how are they to know
When we met
I felt my life begin
So open up your heart and let
This fool rush in

giovedì 6 agosto 2015

Cosmic Love

The stars, the moon, they have all been blown out
You left me in the dark
No dawn, no day, I’m always in this twilight
In the shadow of your heart.

Wilfred ha gironzolato per il Campus con Enid, sperando di non destare sospetti, il suo unico scopo è stato tenere d’occhio Clementine Murphy, senza presentarsi almeno sinora. È seduto ai tavolini esterni del bar interno, funge da mensa e ha un vasto assortimento di cibo, bevande e posti a sedere, la sedia ha sottili braccioli e uno schienale di legno bianco, come bianco e rettangolare è il tavolino. Ha inforcato gli occhiali, la sua camicia a scacchi più elegante (?)che combina bianco e blu, jeans dal lavaggio scuro, scarpe marroni con la suola a carrarmato. È sotto un tendone, in caso di rovesci resterà asciutto. Aspetta che la ragazza ritorni dal bagno, l’espressione del volto è seria ma rilassata da un lungo sonno, da una giornata di calma. «Perché mi ha mancato di rispetto, Enid.» sbotta, quando la vede accomodarsi, senza preamboli, senza spiegazioni, la voce ha un tono infastidito, ma non aspro con lei.
Enid non gradisce il tuffo in quel passato, ma tutto sopporta per amore. Ha messo dei jeans scuri, aderenti, una maglietta a righe orizzontali blu e bianchi, perché c'è armonia di coppia e ha con sé un cardigan di cotone, in caso di fredde raffiche di vento. Nel suo vassoio ha messo: una lattina di tea freddo, una bottiglia di acqua naturale, un brownie, un pacchetto di patatine fritte. Ha i capelli sciolti sulla schiena, sono castani con caldi riflessi color miele, al collo ha la collana regalatale da Wilfred, nessun altro gioiello, la borsa di paglia è molto estiva e capiente. «Se solo ti sentissi: parli come Tony Soprano.» replica con leggerezza, lei non sembra veemente di furia, è rilassata, pacifica, parla con la sua consueta gentilezza, il tono quieto e il timbro sottile. «Avresti potuto dirgli: hai ragione, però avere il vocabolario di Sipowicz in NYPD Blue non dà forza alle opinioni, ti fa solo sembrare un rapper moralista. Per giunta, Bianco.» fa una specie di smorfia, infila la cannuccia nella lattina. «Perciò, okay. La penso più o meno così e la prossima volta, evita la lezione di turpiloquio, non ne ho bisogno. O roba simile.» continua con un sospiro che le fa sollevare e abbassare il torace. «Avete mandato tutto all'aria per una questione di... Incomprensione reciproca volontaria.» affonda le dita tra i capelli, sorridendogli. «Passerà.» serafica, a suo modo, rassegnata.
Wilfred ha preso una bottiglia di birra e gli basta. Non commenta per svariati minuti, come dovesse smaltire la rabbia, in effetti è proprio così e di replicare non ha voglia. «Si è comportato da stronzo. Scusami, se credo sia uno stronzo.» è il succinto commento, fa un verso nasale di impazienza: «Ha spalancato le porte del mondo dei morti, perché lui poteva farlo. Mi ha raccontato la sua lacrimevole epopea, neppure fosse un testo scolastico. Lui poteva rifiutare il patto, come era in grado di farlo Anita. Non sono sulla Terra per qualche scopo più nobile del pararsi il culo o volere la testa di qualcuno.» dice con voce sprezzante, lo sguardo è sulla vetrata, dentro ci sono alcuni studenti che chiacchierano, studiano, mangiano. «Non sono santi e non lo sono neppure io. Siamo diversi e diversi resteremo. Io non voglio sentire la sua maledetta voce, guardare la sua faccia da culo, vederlo per strada o avere vicino qualcuno che mi ricorda quello stronzo fottuto che mi ha umiliato davanti ad Anita, che non sapeva un cazzo e si è pure fatto beffe di James.» alza la voce, la birra lo fa stare zitto. Sospira. «Perdonami.» allunga la mano sinistra per accarezzare quella di Enid. «Non voglio che pesi su di te.» addolcisce subito sguardo, espressione, tono.
Enid sposta il pacchetto di patatine fritte verso di lui, perché non beva a stomaco vuoto. «Sarà uno stronzo, non ti ho mai detto di considerarlo un modello di comportamento.» smussa un po' gli angoli, sono aguzzi come lame e non lo sentiva così arrabbiato con un individuo da anni, stringe la mano in risposta, piegando il volto per fissarlo in volto. «Lui è stato ingiusto, tu non esserlo. Sei una brava persona, Wilfred. I Traghettatori non sono gli Uprooted, non puoi pensare che Samuel sia buono o gentile come Marlene. I Traghettatori non sono Streghe, non hanno alcun interesse nella Natura. Il loro compito è portare le anime via. Abbiamo notato che è un compito utile, considerato che quelli che sfuggono diventano spine nel fianco, perciò non aspettarti altro da loro. Sono praticamente morti, che provino delle sensazioni è già bizzarro, non fare troppo conto sulla loro lealtà. Hanno stretto un patto utilitaristico con Caronte, Samuel stesso ti ha detto che cadono con facilità. Prendili per ciò che sono, Traghettatori dei morti.» ispira ed espira. «Pesa su di me, ieri notte è servita l'aura di James a calmarti. Non ti saresti addormentato altrimenti e voglio pesi su di me, perché stiamo insieme. Se fosse accaduto qualcosa a me, so che sarebbe andato a incidere su di te. Non ti preoccupare.» lo rassicura con dolcezza.
Wilfred è preoccupato, invece e non poco. Allunga le gambe sotto al tavolino, snobba il sacchetto per restare con la birra in mano. «La storia della superiorità non attacca con me.» taglia corto, il tono asciutto. Non desidera andare avanti. Tira un sorriso che pare una smorfia. «Devo imparare il rituale. Non sarà una passeggiata e Aidan non ha ancora risposto. Ho intravisto appena la Suprema, Aurora ma non mi ha ispirato fiducia, perché James non ne ha in lei. È vicina al Maestro, un Vampiro sanguinario. Dà corda a quella cretina che è innamorata di lui, perché ha letto dei Vampiri luminosi e non saprei… Le alte sfere tendono a credere che noi plebei fungiamo da ambasciatori.» prosegue a spiegare, senza il livore di prima, ma non fa sconti a nessuno. «Questo rituale è opera di mio nonno. L’Arcangelo Michele ha dettato l’invocazione a lui, un Umano perciò la storia sarà chiusa da un Umano, un Mott. Noi abbiamo attirato Awentia nella nostra vita e saremo noi a levarla di torno.» sospira, appoggia la bottiglia al tavolo, la mano libera va a spingere indietro i capelli. «Non mi lascerò mettere sotto. Non mi importa chi sia. Ho un dovere e sono onorato di portarlo a termine.» termina convinto. «Dovremmo fare una vacanza, quando sarà finita questa storia. Andremo a casa. Andremo ovunque vorrai.» cerca di sollevare la mano che stringe per portarla alle labbra, un bacio sulle nocche chiuse attorno alle proprie.
Enid sa quando è saggio non insistere. Alza il capo. «Il rituale è stato scritto per te. Se la Suprema non è una cretina, lo comprenderà.» quando sente il suo bacio, si sporge un poco. «Andremo ovunque.» dice sottovoce, una risata sommessa: «Parigi, Roma, Firenze, Madrid, Barcellona, New York. Ovunque.» sembra genuinamente entusiasta ed altrettanto sicura. Si ritrae. «Ovunque sia con te sarà uno splendido luogo da visitare.» conclude. Lei è seriamente e sinceramente felice, averlo accanto è la realizzazione di un sogno, nascosto per anni. Sono sufficienti una manciata di ore in sua compagnia, a spazzare le nubi all'orizzonte, non se ne capacità, non desidera che cambi. «Mi spiace che...» sta per proseguire, ma la suoneria del cellulare si impone, sovrastando la sua voce.  «Lo zio Ethan.»  solleva l'aggeggio, come a scusarsi. «Lo saluto in fretta e torno da te.» spinge la sedia indietro, si alza in piedi per cercare un angolo tranquillo, prima si china a baciarlo, un bacio lieve, veloce, accompagnato da un sorriso.
Enid Kingstone è intenta a chiacchierare con lo zio, non può vedere o sentire quanto avviene nei pressi del tavolo: in un attimo, un tempo sufficiente a sbattere le ciglia, davanti a Wilfred appare una giovane donna non molto alta dai lineamenti asiatici, ha i lunghi capelli scuri sciolti sulla schiena, alcune ciocche sono trattenute alla nuca da un dragone dorato aggrovigliato su se stesso, mentre il corpo è coperto da un'armatura in cuoio nero con rifiniture rosse, vi sono placche metalliche sul busto, sulla schiena e sulle cosce, porta ben due armi, una katana e una wakizashi, esattamente come era d'uso tra i samurai. «Onorata di conoscerti, Wilfred Mott.» si produce in un inchino formale, il suo inglese è incerto, l'accento giapponese è molto forte, alza il viso per sorridere. È giovane, un'anima giusta e persino gentile, a suo modo. «Sono Katsumi Nomura, un tempo, fui la Cacciatrice.» si presenta: «Mi duole arrivare così ma ho importanti novità: il licantropo Bastian McCoy, sangue dell'Arcano ha ucciso Ashelia. Rischiando la sua stessa vita. La sua vittoria è inaspettata, quasi insperata ma sappiate che i vostri nemici non staranno a guardare.» dice con solennità: «Conosco George Mott, lui ha dato uno scopo a questo mio errare. Mi ha detto che restare vicino a coloro che amo è il solo modo di esistere, già l'avevo sentito in vita, dal mio Sensei. Io ho amato l'Umanità, non ho mai maledetto la Profezia, essere una Cacciatrice è stato un onore, non ha mai soffocato i miei sentimenti.» soggiunge. «Tu hai un dono, stai accanto a coloro che ami, non lasciarti corrompere dall'aridità, dalla sofferenza, continua ad amare, come ha fatto tuo nonno e sarai sempre l'anima giusta che risplende fra le altre opache, ai nostri occhi.» ha un tono dolce, anche se pare abituata a ben altro. «Vieni alle grotte. Ho un dono da consegnarti.» termina, fa un inchino: «Ci rivedremo, abbi cura di te.» lo saluta in maniera quasi informale, come se lo conoscesse e in un respiro, Katsumi è svanita, così come è apparsa. 

Wilfred beve un sorso di birra e Katsumi decide di fare le veci della CNN. China la testa rispettoso, perché ha avuto un flirt con una ragazza giapponese e ha imparato alcune cose, anche sulla loro cultura, quindi le sorride di riamando, senza avere tempo per le domande. George Mott conosce più persone del buon Giulio Andreotti, la maggior parte sono splendide ragazze e lui ricorda l’immagine paciosa di un signore anziano, distinto, che metteva giunchiglie fresche sulla tomba della moglie. Ashelia è stata uccisa, potrebbe baciare appassionatamente Bastian per il servigio reso, non lo dice perché lui è fedele a Enid anima e corpo. «Io sono vicino a chi amo. Né chiedo altro per poter vivere.» afferma con voce ferma, profonda. È saggio dirlo con due Spiriti vendicativi a briglia sciolta. «Starò attento.» parla succintamente, anche perché non tutti avranno notato la Cacciatrice. L’invito è interessante. «Verrò, appena mi sarà possibile.» assicura con un sorriso sincero. «Onorato di averti conosciuta e spero a un nuovo incontro.» abbassa lo sguardo, capisce che è tempo di svuotare la bottiglia.
Enid ritorna, sorridente, ignara e ansiosa di proseguire la chiacchierata. «Lo zio ti saluta.» cinguetta vezzosa, si sporge per un bacio sullo zigomo. Torna a sedersi, la voce rimane un suono delicato, amorevole. «Bevi a stomaco vuoto, spesso lo fai sino a ubriacarti.» rileva con un'ombra di apprensione: «Non ne hai bisogno, Wilfred. Parlami, sfogati ma non restare aggrappato a qualcosa di sterile come l'alcol.» non sta dicendo che sia un alcolizzato, neppure lo pensa. «Mi spiace, hai passato dei giorni molto difficili, hanno inciso su di te. Volevi buttare fuori la rabbia, confidarti, penso che dietro quelle parole, lo stesse facendo anche Samuel. Ti ha parlato di sé, non credo sia facile descrivere la propria condizione, almeno credo lo sia perché io non riuscirei a essere così diretta.» aggrotta la fronte, sorseggia il tea freddo. Si siede, che sia appena passato un fantasma, non se ne accorge. «Voleva che sapessi come stavano loro, ma dentro ti mostrava come stava lui, Samuel. Cosa provava, cosa sentiva e forse, non lo fa spesso e non ha piacere nel mostrare qualcosa di sé piuttosto intimo.» si stringe nelle spalle. «Non è semplice parlare di cosa ti fa male, ti fa sentire a disagio. Non è facile parlare del proprio dolore. A conti fatti, di Samuel, ora... Tu ne sai un sacco, ti manca solamente il numero di scarpe.» afferma con uno sbuffo, una risata a sdrammatizzare il monologo: «Se lui è arrivato sin lì, se tu sei arrivato sin lì significa qualcosa, non penso che sia odio o disgusto. Forse, avreste dovuto sforzarvi entrambi ma non l'avete fatto, perché siete testardi, più di quanto sembri.» allunga la mano libera per cercare di sfiorare il dorso della mancina di Wilfred.
Wilfred non sposta la mano, si umetta le labbra e la spiegazione del prodigio salta, perché Enid senza fargli saltare la mosca al naso, mostra un aspetto della vicenda su cui non aveva riflettuto, forse troppo chiuso nella propria visione dei fatti. «La mancanza di rispetto, quel minimo di civiltà che io esigo da un interlocutore, ha molto valore per me. L’insulto qualifica chi lo pronuncia.» ribatte, posa la birra in un gesto teatrale, unica replica al discorso sul bere. «Paul non aveva il minimo rispetto nel rivolgersi alla mamma, alzava la voce, urlava come un invasato. Ho visto cose molto spiacevoli e le ha viste anche Peter. Io non riesco a sopportarlo.» serra i denti, ne esce un ringhio trattenuto. «Quegli insulti, li avevo sentiti mille volte da bambino, rivolti a me, rivolti a mio fratello, a mio nonno e pure rivolti a mia mamma. L’ho vista scoppiare in lacrime davanti a lui, che la guardava con indifferenza e avrei voluto cavargli gli occhi.» batte la mano libera sul tavolo, nervosamente. «Come puoi trattare così la donna che ami? Umiliarla con le parole, con i gesti e poi restare impassibile, mentre soffre. Che razza di uomo sei?» serra il pugno. Torna con lo sguardo su Enid. «Non si deve trascendere, il rispetto è fondamentale in qualsiasi rapporto. È un tassello senza il quale, la struttura crolla e io non voglio avere nessun legame con qualcuno che ricorda Paul. Che ricorda quel Paul.» ammette, respira a fondo. «Quando era sano, era un uomo timido e gentile.» specifica. Non lo odia o soltanto una parte di lui riesce a detestarlo, non è facile avere un simile bagaglio. «Andiamo via, Enid.» suona come una supplica. È stanco, dopo l’aver parlato di qualcosa di tanto privato ha solo voglia di restare con lei, scordando il passato nel presente.


Enid giocherella con la cannuccia, ascolta senza interrompere, Wilfred non aveva mai parlato apertamente del patrigno, dei periodi bui della sua malattia. «Siamo così fragili, che accettiamo le tenebre per avere la luce.» parole criptiche sul desiderio di amare, di essere amati. Abbassa la testa per qualche secondo. «Non dovremmo, però accade. Non spetta a noi essere severi o magnanimi.» prosegue. Ha esaurito le frasi poeticamente sagge. Ha pure spazzolato via il dolce. «Tu hai ragione, non si dovrebbe trascendere, Samuel ha esagerato con le parole, ha esagerato mostrandoti le tre porte, ma nella sua enfasi c'era qualcosa di buono, di importante da cogliere.» batte sullo stesso punto, con voce conciliante, quieta: «Lascia passare qualche tempo, smaltisci questa situazione con quanto ha comportato.» consiglia con dolcezza: «Se ne avrai l'occasione, prova a rivalutare Samuel in base a quanto a rivelato di sé, ad un uomo che appena conosceva, che era diverso da lui. Può darsi, tu possa trovare uno spunto per vederlo con occhi diversi. Può darsi che non ne valga la pena, ma non precluderti la possibilità.» termina. Ispira ed espira, fa il lavoro della fidanzata, considerato bieco cliché ed invece, mera quotidianità. «I brutti ricordi tornano a galla, come alghe, quando cambia la corrente. Dobbiamo accettarli, respingerli li renderà profondi, come se fossero radici. Sono soltanto un'eco di quello che siamo stati, di cosa ci ha portati sin qui. Portano rabbia, tristezza, frustrazione e si può soltanto guardare, capire che certi avvenimenti cambiano la nostra percezione della realtà, creano solchi nell'anima, nella pelle e non si cancellano, si accolgono perché sono in noi, anzi sono parte di noi.» cerca di stringergli la mano: «Siamo un impasto di oscurità e di luce, di gioia e di dolore, di rabbia e di compassione. Non siamo puri come gli Angeli. Non siamo immondi come i Demoni. Siamo creature fatte di argilla e di aria. Siamo i nostri ricordi, siamo i nostri progetti. Tu hai i tuoi angoli bui, come tutti quanti.» il suo sorriso si fa più aperto. «Andiamo a casa, Wilfred.» acconsente, sente la stanchezza e la voglia di essere in luogo riparato a sua volta. Lo guarda, vorrebbe dirgli che lo ama, però tace, si accosta per baciarlo, prima di prendere la borsetta e raggiungere la macchina.


And knew that somehow I could find my way back
Then I heard your heart beating, you were in the darkness too
So I stayed in the darkness with you