The stars, the moon, they have all been blown out
You left me in the dark
No dawn, no day, I’m always in this twilight
In the shadow of your heart.
You left me in the dark
No dawn, no day, I’m always in this twilight
In the shadow of your heart.
Wilfred ha gironzolato per il Campus con Enid, sperando di non destare sospetti, il suo unico scopo è stato tenere d’occhio Clementine Murphy, senza presentarsi almeno sinora. È seduto ai tavolini esterni del bar interno, funge da mensa e ha un vasto assortimento di cibo, bevande e posti a sedere, la sedia ha sottili braccioli e uno schienale di legno bianco, come bianco e rettangolare è il tavolino. Ha inforcato gli occhiali, la sua camicia a scacchi più elegante (?)che combina bianco e blu, jeans dal lavaggio scuro, scarpe marroni con la suola a carrarmato. È sotto un tendone, in caso di rovesci resterà asciutto. Aspetta che la ragazza ritorni dal bagno, l’espressione del volto è seria ma rilassata da un lungo sonno, da una giornata di calma. «Perché mi ha mancato di rispetto, Enid.» sbotta, quando la vede accomodarsi, senza preamboli, senza spiegazioni, la voce ha un tono infastidito, ma non aspro con lei.
Enid non gradisce il tuffo in quel passato, ma tutto sopporta per amore. Ha messo dei jeans scuri, aderenti, una maglietta a righe orizzontali blu e bianchi, perché c'è armonia di coppia e ha con sé un cardigan di cotone, in caso di fredde raffiche di vento. Nel suo vassoio ha messo: una lattina di tea freddo, una bottiglia di acqua naturale, un brownie, un pacchetto di patatine fritte. Ha i capelli sciolti sulla schiena, sono castani con caldi riflessi color miele, al collo ha la collana regalatale da Wilfred, nessun altro gioiello, la borsa di paglia è molto estiva e capiente. «Se solo ti sentissi: parli come Tony Soprano.» replica con leggerezza, lei non sembra veemente di furia, è rilassata, pacifica, parla con la sua consueta gentilezza, il tono quieto e il timbro sottile. «Avresti potuto dirgli: hai ragione, però avere il vocabolario di Sipowicz in NYPD Blue non dà forza alle opinioni, ti fa solo sembrare un rapper moralista. Per giunta, Bianco.» fa una specie di smorfia, infila la cannuccia nella lattina. «Perciò, okay. La penso più o meno così e la prossima volta, evita la lezione di turpiloquio, non ne ho bisogno. O roba simile.» continua con un sospiro che le fa sollevare e abbassare il torace. «Avete mandato tutto all'aria per una questione di... Incomprensione reciproca volontaria.» affonda le dita tra i capelli, sorridendogli. «Passerà.» serafica, a suo modo, rassegnata.
Wilfred ha preso una bottiglia di birra e gli basta. Non commenta per svariati minuti, come dovesse smaltire la rabbia, in effetti è proprio così e di replicare non ha voglia. «Si è comportato da stronzo. Scusami, se credo sia uno stronzo.» è il succinto commento, fa un verso nasale di impazienza: «Ha spalancato le porte del mondo dei morti, perché lui poteva farlo. Mi ha raccontato la sua lacrimevole epopea, neppure fosse un testo scolastico. Lui poteva rifiutare il patto, come era in grado di farlo Anita. Non sono sulla Terra per qualche scopo più nobile del pararsi il culo o volere la testa di qualcuno.» dice con voce sprezzante, lo sguardo è sulla vetrata, dentro ci sono alcuni studenti che chiacchierano, studiano, mangiano. «Non sono santi e non lo sono neppure io. Siamo diversi e diversi resteremo. Io non voglio sentire la sua maledetta voce, guardare la sua faccia da culo, vederlo per strada o avere vicino qualcuno che mi ricorda quello stronzo fottuto che mi ha umiliato davanti ad Anita, che non sapeva un cazzo e si è pure fatto beffe di James.» alza la voce, la birra lo fa stare zitto. Sospira. «Perdonami.» allunga la mano sinistra per accarezzare quella di Enid. «Non voglio che pesi su di te.» addolcisce subito sguardo, espressione, tono.
Enid sposta il pacchetto di patatine fritte verso di lui, perché non beva a stomaco vuoto. «Sarà uno stronzo, non ti ho mai detto di considerarlo un modello di comportamento.» smussa un po' gli angoli, sono aguzzi come lame e non lo sentiva così arrabbiato con un individuo da anni, stringe la mano in risposta, piegando il volto per fissarlo in volto. «Lui è stato ingiusto, tu non esserlo. Sei una brava persona, Wilfred. I Traghettatori non sono gli Uprooted, non puoi pensare che Samuel sia buono o gentile come Marlene. I Traghettatori non sono Streghe, non hanno alcun interesse nella Natura. Il loro compito è portare le anime via. Abbiamo notato che è un compito utile, considerato che quelli che sfuggono diventano spine nel fianco, perciò non aspettarti altro da loro. Sono praticamente morti, che provino delle sensazioni è già bizzarro, non fare troppo conto sulla loro lealtà. Hanno stretto un patto utilitaristico con Caronte, Samuel stesso ti ha detto che cadono con facilità. Prendili per ciò che sono, Traghettatori dei morti.» ispira ed espira. «Pesa su di me, ieri notte è servita l'aura di James a calmarti. Non ti saresti addormentato altrimenti e voglio pesi su di me, perché stiamo insieme. Se fosse accaduto qualcosa a me, so che sarebbe andato a incidere su di te. Non ti preoccupare.» lo rassicura con dolcezza.
Wilfred è preoccupato, invece e non poco. Allunga le gambe sotto al tavolino, snobba il sacchetto per restare con la birra in mano. «La storia della superiorità non attacca con me.» taglia corto, il tono asciutto. Non desidera andare avanti. Tira un sorriso che pare una smorfia. «Devo imparare il rituale. Non sarà una passeggiata e Aidan non ha ancora risposto. Ho intravisto appena la Suprema, Aurora ma non mi ha ispirato fiducia, perché James non ne ha in lei. È vicina al Maestro, un Vampiro sanguinario. Dà corda a quella cretina che è innamorata di lui, perché ha letto dei Vampiri luminosi e non saprei… Le alte sfere tendono a credere che noi plebei fungiamo da ambasciatori.» prosegue a spiegare, senza il livore di prima, ma non fa sconti a nessuno. «Questo rituale è opera di mio nonno. L’Arcangelo Michele ha dettato l’invocazione a lui, un Umano perciò la storia sarà chiusa da un Umano, un Mott. Noi abbiamo attirato Awentia nella nostra vita e saremo noi a levarla di torno.» sospira, appoggia la bottiglia al tavolo, la mano libera va a spingere indietro i capelli. «Non mi lascerò mettere sotto. Non mi importa chi sia. Ho un dovere e sono onorato di portarlo a termine.» termina convinto. «Dovremmo fare una vacanza, quando sarà finita questa storia. Andremo a casa. Andremo ovunque vorrai.» cerca di sollevare la mano che stringe per portarla alle labbra, un bacio sulle nocche chiuse attorno alle proprie.
Enid sa quando è saggio non insistere. Alza il capo. «Il rituale è stato scritto per te. Se la Suprema non è una cretina, lo comprenderà.» quando sente il suo bacio, si sporge un poco. «Andremo ovunque.» dice sottovoce, una risata sommessa: «Parigi, Roma, Firenze, Madrid, Barcellona, New York. Ovunque.» sembra genuinamente entusiasta ed altrettanto sicura. Si ritrae. «Ovunque sia con te sarà uno splendido luogo da visitare.» conclude. Lei è seriamente e sinceramente felice, averlo accanto è la realizzazione di un sogno, nascosto per anni. Sono sufficienti una manciata di ore in sua compagnia, a spazzare le nubi all'orizzonte, non se ne capacità, non desidera che cambi. «Mi spiace che...» sta per proseguire, ma la suoneria del cellulare si impone, sovrastando la sua voce. «Lo zio Ethan.» solleva l'aggeggio, come a scusarsi. «Lo saluto in fretta e torno da te.» spinge la sedia indietro, si alza in piedi per cercare un angolo tranquillo, prima si china a baciarlo, un bacio lieve, veloce, accompagnato da un sorriso.
Enid Kingstone è intenta a chiacchierare con lo zio, non può vedere o sentire quanto avviene nei pressi del tavolo: in un attimo, un tempo sufficiente a sbattere le ciglia, davanti a Wilfred appare una giovane donna non molto alta dai lineamenti asiatici, ha i lunghi capelli scuri sciolti sulla schiena, alcune ciocche sono trattenute alla nuca da un dragone dorato aggrovigliato su se stesso, mentre il corpo è coperto da un'armatura in cuoio nero con rifiniture rosse, vi sono placche metalliche sul busto, sulla schiena e sulle cosce, porta ben due armi, una katana e una wakizashi, esattamente come era d'uso tra i samurai. «Onorata di conoscerti, Wilfred Mott.» si produce in un inchino formale, il suo inglese è incerto, l'accento giapponese è molto forte, alza il viso per sorridere. È giovane, un'anima giusta e persino gentile, a suo modo. «Sono Katsumi Nomura, un tempo, fui la Cacciatrice.» si presenta: «Mi duole arrivare così ma ho importanti novità: il licantropo Bastian McCoy, sangue dell'Arcano ha ucciso Ashelia. Rischiando la sua stessa vita. La sua vittoria è inaspettata, quasi insperata ma sappiate che i vostri nemici non staranno a guardare.» dice con solennità: «Conosco George Mott, lui ha dato uno scopo a questo mio errare. Mi ha detto che restare vicino a coloro che amo è il solo modo di esistere, già l'avevo sentito in vita, dal mio Sensei. Io ho amato l'Umanità, non ho mai maledetto la Profezia, essere una Cacciatrice è stato un onore, non ha mai soffocato i miei sentimenti.» soggiunge. «Tu hai un dono, stai accanto a coloro che ami, non lasciarti corrompere dall'aridità, dalla sofferenza, continua ad amare, come ha fatto tuo nonno e sarai sempre l'anima giusta che risplende fra le altre opache, ai nostri occhi.» ha un tono dolce, anche se pare abituata a ben altro. «Vieni alle grotte. Ho un dono da consegnarti.» termina, fa un inchino: «Ci rivedremo, abbi cura di te.» lo saluta in maniera quasi informale, come se lo conoscesse e in un respiro, Katsumi è svanita, così come è apparsa.
Wilfred beve un sorso di birra e Katsumi decide di fare le veci della CNN. China la testa rispettoso, perché ha avuto un flirt con una ragazza giapponese e ha imparato alcune cose, anche sulla loro cultura, quindi le sorride di riamando, senza avere tempo per le domande. George Mott conosce più persone del buon Giulio Andreotti, la maggior parte sono splendide ragazze e lui ricorda l’immagine paciosa di un signore anziano, distinto, che metteva giunchiglie fresche sulla tomba della moglie. Ashelia è stata uccisa, potrebbe baciare appassionatamente Bastian per il servigio reso, non lo dice perché lui è fedele a Enid anima e corpo. «Io sono vicino a chi amo. Né chiedo altro per poter vivere.» afferma con voce ferma, profonda. È saggio dirlo con due Spiriti vendicativi a briglia sciolta. «Starò attento.» parla succintamente, anche perché non tutti avranno notato la Cacciatrice. L’invito è interessante. «Verrò, appena mi sarà possibile.» assicura con un sorriso sincero. «Onorato di averti conosciuta e spero a un nuovo incontro.» abbassa lo sguardo, capisce che è tempo di svuotare la bottiglia.
Enid ritorna, sorridente, ignara e ansiosa di proseguire la chiacchierata. «Lo zio ti saluta.» cinguetta vezzosa, si sporge per un bacio sullo zigomo. Torna a sedersi, la voce rimane un suono delicato, amorevole. «Bevi a stomaco vuoto, spesso lo fai sino a ubriacarti.» rileva con un'ombra di apprensione: «Non ne hai bisogno, Wilfred. Parlami, sfogati ma non restare aggrappato a qualcosa di sterile come l'alcol.» non sta dicendo che sia un alcolizzato, neppure lo pensa. «Mi spiace, hai passato dei giorni molto difficili, hanno inciso su di te. Volevi buttare fuori la rabbia, confidarti, penso che dietro quelle parole, lo stesse facendo anche Samuel. Ti ha parlato di sé, non credo sia facile descrivere la propria condizione, almeno credo lo sia perché io non riuscirei a essere così diretta.» aggrotta la fronte, sorseggia il tea freddo. Si siede, che sia appena passato un fantasma, non se ne accorge. «Voleva che sapessi come stavano loro, ma dentro ti mostrava come stava lui, Samuel. Cosa provava, cosa sentiva e forse, non lo fa spesso e non ha piacere nel mostrare qualcosa di sé piuttosto intimo.» si stringe nelle spalle. «Non è semplice parlare di cosa ti fa male, ti fa sentire a disagio. Non è facile parlare del proprio dolore. A conti fatti, di Samuel, ora... Tu ne sai un sacco, ti manca solamente il numero di scarpe.» afferma con uno sbuffo, una risata a sdrammatizzare il monologo: «Se lui è arrivato sin lì, se tu sei arrivato sin lì significa qualcosa, non penso che sia odio o disgusto. Forse, avreste dovuto sforzarvi entrambi ma non l'avete fatto, perché siete testardi, più di quanto sembri.» allunga la mano libera per cercare di sfiorare il dorso della mancina di Wilfred.
Wilfred non sposta la mano, si umetta le labbra e la spiegazione del prodigio salta, perché Enid senza fargli saltare la mosca al naso, mostra un aspetto della vicenda su cui non aveva riflettuto, forse troppo chiuso nella propria visione dei fatti. «La mancanza di rispetto, quel minimo di civiltà che io esigo da un interlocutore, ha molto valore per me. L’insulto qualifica chi lo pronuncia.» ribatte, posa la birra in un gesto teatrale, unica replica al discorso sul bere. «Paul non aveva il minimo rispetto nel rivolgersi alla mamma, alzava la voce, urlava come un invasato. Ho visto cose molto spiacevoli e le ha viste anche Peter. Io non riesco a sopportarlo.» serra i denti, ne esce un ringhio trattenuto. «Quegli insulti, li avevo sentiti mille volte da bambino, rivolti a me, rivolti a mio fratello, a mio nonno e pure rivolti a mia mamma. L’ho vista scoppiare in lacrime davanti a lui, che la guardava con indifferenza e avrei voluto cavargli gli occhi.» batte la mano libera sul tavolo, nervosamente. «Come puoi trattare così la donna che ami? Umiliarla con le parole, con i gesti e poi restare impassibile, mentre soffre. Che razza di uomo sei?» serra il pugno. Torna con lo sguardo su Enid. «Non si deve trascendere, il rispetto è fondamentale in qualsiasi rapporto. È un tassello senza il quale, la struttura crolla e io non voglio avere nessun legame con qualcuno che ricorda Paul. Che ricorda quel Paul.» ammette, respira a fondo. «Quando era sano, era un uomo timido e gentile.» specifica. Non lo odia o soltanto una parte di lui riesce a detestarlo, non è facile avere un simile bagaglio. «Andiamo via, Enid.» suona come una supplica. È stanco, dopo l’aver parlato di qualcosa di tanto privato ha solo voglia di restare con lei, scordando il passato nel presente.
Wilfred non sposta la mano, si umetta le labbra e la spiegazione del prodigio salta, perché Enid senza fargli saltare la mosca al naso, mostra un aspetto della vicenda su cui non aveva riflettuto, forse troppo chiuso nella propria visione dei fatti. «La mancanza di rispetto, quel minimo di civiltà che io esigo da un interlocutore, ha molto valore per me. L’insulto qualifica chi lo pronuncia.» ribatte, posa la birra in un gesto teatrale, unica replica al discorso sul bere. «Paul non aveva il minimo rispetto nel rivolgersi alla mamma, alzava la voce, urlava come un invasato. Ho visto cose molto spiacevoli e le ha viste anche Peter. Io non riesco a sopportarlo.» serra i denti, ne esce un ringhio trattenuto. «Quegli insulti, li avevo sentiti mille volte da bambino, rivolti a me, rivolti a mio fratello, a mio nonno e pure rivolti a mia mamma. L’ho vista scoppiare in lacrime davanti a lui, che la guardava con indifferenza e avrei voluto cavargli gli occhi.» batte la mano libera sul tavolo, nervosamente. «Come puoi trattare così la donna che ami? Umiliarla con le parole, con i gesti e poi restare impassibile, mentre soffre. Che razza di uomo sei?» serra il pugno. Torna con lo sguardo su Enid. «Non si deve trascendere, il rispetto è fondamentale in qualsiasi rapporto. È un tassello senza il quale, la struttura crolla e io non voglio avere nessun legame con qualcuno che ricorda Paul. Che ricorda quel Paul.» ammette, respira a fondo. «Quando era sano, era un uomo timido e gentile.» specifica. Non lo odia o soltanto una parte di lui riesce a detestarlo, non è facile avere un simile bagaglio. «Andiamo via, Enid.» suona come una supplica. È stanco, dopo l’aver parlato di qualcosa di tanto privato ha solo voglia di restare con lei, scordando il passato nel presente.
Enid giocherella con la cannuccia, ascolta senza interrompere, Wilfred non aveva mai parlato apertamente del patrigno, dei periodi bui della sua malattia. «Siamo così fragili, che accettiamo le tenebre per avere la luce.» parole criptiche sul desiderio di amare, di essere amati. Abbassa la testa per qualche secondo. «Non dovremmo, però accade. Non spetta a noi essere severi o magnanimi.» prosegue. Ha esaurito le frasi poeticamente sagge. Ha pure spazzolato via il dolce. «Tu hai ragione, non si dovrebbe trascendere, Samuel ha esagerato con le parole, ha esagerato mostrandoti le tre porte, ma nella sua enfasi c'era qualcosa di buono, di importante da cogliere.» batte sullo stesso punto, con voce conciliante, quieta: «Lascia passare qualche tempo, smaltisci questa situazione con quanto ha comportato.» consiglia con dolcezza: «Se ne avrai l'occasione, prova a rivalutare Samuel in base a quanto a rivelato di sé, ad un uomo che appena conosceva, che era diverso da lui. Può darsi, tu possa trovare uno spunto per vederlo con occhi diversi. Può darsi che non ne valga la pena, ma non precluderti la possibilità.» termina. Ispira ed espira, fa il lavoro della fidanzata, considerato bieco cliché ed invece, mera quotidianità. «I brutti ricordi tornano a galla, come alghe, quando cambia la corrente. Dobbiamo accettarli, respingerli li renderà profondi, come se fossero radici. Sono soltanto un'eco di quello che siamo stati, di cosa ci ha portati sin qui. Portano rabbia, tristezza, frustrazione e si può soltanto guardare, capire che certi avvenimenti cambiano la nostra percezione della realtà, creano solchi nell'anima, nella pelle e non si cancellano, si accolgono perché sono in noi, anzi sono parte di noi.» cerca di stringergli la mano: «Siamo un impasto di oscurità e di luce, di gioia e di dolore, di rabbia e di compassione. Non siamo puri come gli Angeli. Non siamo immondi come i Demoni. Siamo creature fatte di argilla e di aria. Siamo i nostri ricordi, siamo i nostri progetti. Tu hai i tuoi angoli bui, come tutti quanti.» il suo sorriso si fa più aperto. «Andiamo a casa, Wilfred.» acconsente, sente la stanchezza e la voglia di essere in luogo riparato a sua volta. Lo guarda, vorrebbe dirgli che lo ama, però tace, si accosta per baciarlo, prima di prendere la borsetta e raggiungere la macchina.
And knew that somehow I could find my way back
Then I heard your heart beating, you were in the darkness too
So I stayed in the darkness with you

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