How I’m feeling and my pride is the one to blame
Yeah, cause I know I don’t understand
Just how your love can do what no on else can.
Yeah, cause I know I don’t understand
Just how your love can do what no on else can.
Wilfred George Mott non ha badato a spese, visto e considerato che l'area ristoro della pista di pattinaggio è stata noleggiata ed addobbata per l'evento: spostati tavolini, sedie, poltroncine, ha provveduto a far stendere un morbido tappeto dagli arabeschi rossi, dorati su campo blu al centro della sala, dove troneggia un tavolo in legno massiccio con i seggi medievali forniti da Nathaniel. L'ambiente è rischiarato dalle candele, sono sparse ovunque anche sulle mensole, sul tavolo, sul pavimento, alcune sono appese al soffitto con ghirlande bianche, come fossero cristalli di neve avvolti da una singola fiamma. Wilfred non è stato solo: Nasir Singh ha convinto i proprietari della pista di pattinaggio, ha trovato il tappetto, un buffet adeguato, ha aiutato l'Osservatore ad indossare l'armatura, partendo da una camiciola di cotone, una giacca blu con ricami dorati inclusi guanti in pellame (ecologico), brache della medesima tinta ma in velluto e stivali robusti sino al ginocchio, quindi è stata la volta dell'elmo, della gorgiera, delle placche frontali in metallo ornate con decorazioni in oro. Wilfred sta aspettando, non è un abbigliamento comodo, specie restando in piedi, fissando il mondo dalle feritoie concesse dal pesante copricapo. Il dubbio che Enid sia scivolata fuori dall'auto in corsa di Hanae, comincia a sorgere.
Enid raggiunta a casa da Hanae, Teresa e Vanessa, sorridenti e liete di recapitarle una scatola chiusa con un semplicissimo biglietto, ha subito creduto a qualche emergenza in corso ma non è stato così: le tre donne hanno avuto l’arduo compito di renderla una perfetta damigella, acconciandole i capelli in morbidi boccoli, sistemando una coroncina d’oro fra le ciocche castane dai caldi riflessi color miele, truccandole appena l’incarnato diafano, illuminato dai grandi occhi verdi e infilandole un abito di velluto color Borgogna, la cui ampia scollatura era impreziosita dalla collana regalatale da Wilfred, le maniche a falda larga hanno messo a dura prova la pazienza di Enid, così come i laccetti del corsetto stretti sino a darle una postura da principessa, ritta come un fuso; il vestito è semplice, scivola ad accarezzarne le forme, senza fronzoli, ha inserti ornamentali sugli orli e sono in blu e dorati, come per gli abiti di lui ma questo Enid è lungi dal saperlo, le scarpette erano semplici ballerine, coperte da due sottogonne, la mantella con cappuccio comoda, morbida e calda. È uscita di casa curiosa, emozionata, incapace di formulare ipotesi. Hanae ha parcheggiato l’auto fuori dalla pista di pattinaggio, l’ha istruita sul passaggio da utilizzare, le ha pure augurato buona fortuna. Salire i gradini con la gonna sollevata, in una semioscurità romantica l’ha distratta, ha pensato di lasciarci le penne con due scivoloni, ma è arrivata incolume, in ritardo. Abbozza un sorriso imbarazzato, intravede Wilfred che però è totalmente coperto dall’elmo, che non ha avuto la grazia di notare nei giorni precedenti. Sa che è lui. Deve essere lui. Vuole che sia lui e ha paura che qualcosa rovini l’atmosfera, li faccia sprofondare nel terrore o nella violenza di Sunnydale, oppure che sia uno scherzo, che sia un’ultima sera da concedere a una ragazza troppo fantasiosa, una notte da favola per dirsi addio. Ha paura e spera. Osa pochi passi, il cuore in gola, il viso serio.
Wilfred ha movimenti poco fluidi, ma non ha mai avuto addosso tanta stoffa e tanto metallo come in quel momento, piega le braccia, le solleva per sfilarsi l'elmo con grazia, ma potrebbe anche sembrare Terminator. Vista l'amata, mostra il suo volto: i riccioli castani sono scarmigliati, ha provveduto a rasarsi con cura, gli occhi sono di un azzurro scuro, cupo come il cielo invernale, la bocca distesa in un sorriso. «Ho fatto un sogno.» esordisce, la voce profonda rimane bassa, il tono usato è pacato, scandisce ogni sillaba, senza che paia una filastrocca imparata a memoria: «Era simile a questa sera: c'eri tu, venivi verso di me nella notte. Pensavo a quanto fossi bella, a come fosse impossibile distogliere lo sguardo dai tuoi occhi. Non avevo parole, restavo disarmato innanzi a te.» prende fiato, sente le gambe rigide ma un passo alla volta, arriva sino a fronteggiarla, elmo alla mano: «Tutto è simile a quel sogno, soltanto che tu sei ancora più bella, perché reale e io non so cosa dire o cosa offrirti.» prende una pausa, la mano affonda nei capelli: «Volevo offrirti qualcosa di speciale, so quanto ami gli abiti storici, so quanto ami queste atmosfere rarefatte e desideravo che ti sentissi a tuo, anche qui. Abbiamo vissuto giorni tristi, giorni di lutto e non è questo che avrai da me, io vorrei donarti i viaggi che progetti, vorrei essere accanto a te mentre scopri che la vita ha in serbo per te felicità, soddisfazione e bellezza. Lo vorrei, perché mi sono accorto di non desiderare altro che saperti con me, che sapermi con te.» aumenta impercettibilmente il volume e la velocità del discorso: «Tu sei la mia famiglia.» calca l'accento sui termini: «Tu sei il mio coraggio e sei la mia forza. Non so quante volte sia riuscito ad esprimermi, non so essere affettuoso, non credo sia necessario sbandierare i sentimenti, però ciò che dico è vero.» cerca di guardarla, di restare qualche secondo a studiarla intensamente: «Mi credi?» è una domanda posta con una certa fermezza, perché va a toccare tasti delicati e profondi della personalità di Enid.
Enid lascia andare la gonna, il fruscio della stoffa resta l’unico rumore per qualche secondo, sotto all’elmo c’è Wilfred e non può che ammirarne l’oggettiva bellezza, le ricorda un dipinto nei lineamenti volitivi eppure aggraziati, nella bocca che si piega in un sorriso a cui è impossibile non rispondere. È come vivere in una fantasia lontana, partorita anni fa mentre sedeva al pub dei Kingstone e Wilfred era un ragazzo colto, affascinante, spiritoso ma mai volgare, educato nella sua disinvolta simpatia. Era fuori dalla sua portata, perché Enid era timida, scura, capace di librarsi soltanto nei racconti chiusi nella testa, in grado di modulare la voce per raccontare imprese eroiche, salvo poi sprofondare nel silenzio tornando al quotidiano. Affondava in maglioni larghi il suo corpo snello, chinava il viso per non lasciar scrutare a nessuno il suo imbarazzo. Ha le mani sepolte nelle maniche, non sa come congiungerle al grembo, come farebbe Arwen, né vuole lasciare le braccia lungo i fianchi, spioventi come rami fradici. Si morde la lingua. Lui parla, una melodia calda, scivola sino alla sua anima, la commuove, la ristora, la rassicura, la culla e dona coraggio, quel lieve disagio che balena negli occhi di Wilfred, la fa traboccare di tenerezza, lo slancio effettivo è smorzato dalla logica, ma darebbe qualsiasi cosa per abbracciarlo e per baciarlo sino a farsi mancare il respiro. Può credere che quell’uomo straordinario nei suoi pregi, nei suoi difetti, sia innamorato di lei? Può fidarsi delle sue frasi appassionate e delle notti trascorse insieme? È capace di avere fede in lui, nelle sue promesse, nei suoi sentimenti, anche se il peso che la opprime non è svanito? Muove la mano sinistra, la manica scivola, lasciando le dita libere. Reggere il suo sguardo è difficile, anche quando vi legge amore, rispetto, passione e un abbandono totale alla sua volontà, come fosse soltanto un bimbo. «Ti credo. Credo a ciò che dici, credo ai tuoi silenzi, credo ai tuoi gesti. Potrei smettere di credere nella bontà degli Angeli, ma non potrei mai smettere di credere in te.» afferma ricambiando lo sguardo, disarmata a sua volta, affidandosi a lui ciecamente, simili parole in bocca alla protetta di Azrael, rivolte al protetto di Umabel, entrambi custodi del gatto reso parlante da Gabriele e a pochi giorni dal prodigioso salvataggio avvenuto per opera di Raffaele hanno un peso specifico, sono cariche di amore, certo, ma anche di stima per un uomo che ha sopportato tanta sofferenza, senza inasprire il cuore.
Wilfred rimane con la testa inclinata, sorride a tratti e poi torna serio, alla fine sono le ultime resistenze a sciogliersi come neve al sole, potrebbe stringerla a sé e procrastinare qualsiasi altro discorso. Appoggia l'elmo sulla tavola, deglutisce, la scatolina nella tasca pare avere il peso di una cassapanca. Ha quasi la sensazione che rovinerebbe la beatitudine del frangente; tenta di prenderle la mano racchiudendola nelle proprie, avvolte nei guanti, portandosela alle labbra. Baci lievi, un contatto fisico gentile più che dettato dalla passione. Scosta il viso per radunare le idee, deve fare appello alla sua parte razionale, sente i muscoli tesi sino allo spasmo. È uno dei giorni più importanti della sua esistenza, vorrebbe essere rilassato, sereno e gli è impossibile essere calmo. È un piccolo prodigio che non tremi. «Enid.» pronuncia il suo nome con dolcezza, pare volerlo trattenere in bocca, come fosse troppo prezioso per lasciarlo scivolare nell'aria. «Non riesco a immaginare il mio futuro, lontano da te. Non riesco a pensare di svegliarmi, senza che tu sia al mio fianco.» introduce con cautela, non vuole rischiare la fuga della principessa: <Sei giovane, non abbiamo condiviso che qualche mese, comprenderei qualunque tua risposta.> necessaria parentesi, può buttargli dietro l'anello, l'elmo e il seggio, capirebbe e l'amerebbe con trasporto ugualmente. Piega il ginocchio sinistro, poggiandolo sul tappeto, prende la scatolina di velluto cobalto e la tiene nella mano destra: «Mi hai reso un uomo migliore.» prosegue, fa scattare l'apertura per mostrarle l'interno; un anello in platino la cui parte superiore è istoriata con un nodo celtico e sul quale è incastonato uno zaffiro blu, luminoso ed intenso ma c'è anche un diamantino posto più in basso, fra altri brillanti a dare maggiore risalto al colore della pietra: «Non ho mai amato qualcuno al pari di te. Hai il mio cuore, hai ogni pensiero della mia mente, ogni tumulto dell'anima.» solleva il braccio, serio e con voce bassa mormora: «Domani o fra un anno, fra un mese o fra quindici giorni, non importa, quando lo vorrai e quando sarai pronta.» altra pausa di calcolata tensione nervosa. «Enid Grace Kingstone, vorresti diventare mia moglie?» domanda, la voce si alza, sembra riempia ogni spazio della stanza. Ed aspetta, schiena dritta, braccio teso e sguardo trepidante.
Enid prova a sfiorargli i capelli, mentre è chinato con una dolcezza in grado di velarle lo sguardo di lacrime, che però non scendono sulle guance. «Ti amo, prima ancora di conoscere me stessa e di sapere cosa fossi in grado di fare, io ero certa dell’amore per te.» risponde in un sussurro: «Era la verità, il perno che dava equilibrio alle giornate. Sapevo cosa amavo di te. Sapevo perché ero innamorata di te e attraverso questo, ho scoperto me stessa» ricaccia indietro le lacrime, finiscono in gola. «Non da pochi mesi, bensì da anni.» deglutisce: «Sei la mia costante.» sorride, ritrae il braccio. Non sa quantificare la sorpresa, lo stupore che gonfia il cuore, lo vede inginocchiarsi e lo sente, guarda l’anello e non è sicura di averlo intuito, prima. Lei che lo aspetta da quando è una ragazza, che praticamente lo insegue da quando utilizzava il girello è comunque spiazzata. Vuole essere sua moglie, lo ha sognato, ha fantasticato tanto su qualcosa che è diventato vivido, reale come la visione di Wilfred ai suoi piedi. «Io sono tua moglie.» è la replica, un soffio delicato dopo la sua decisione e non tentenna, soltanto si muove con cautela, senza fretta anche quando pare ovvio il suo ottimismo. Vuole essere sincera, vuole essere capita e non lascia che il silenzio comunichi per lei. «Io sono tua moglie e tale mi sento. Sei la mia famiglia, da prima ancora che iniziassimo una relazione, da quanto eravamo amici. Desideravo il tuo amore, la tua fiducia, la tua felicità e per averli, avrei dato qualsiasi cosa. Sei il mio respiro, sei il battito del cuore.» allunga la mano, perché vi infili l’anello: «Mi fai sentire libera, hai come sollevato una benda dai miei occhi ed io vedo un orizzonte che ignoravo. Mi fai sentire al sicuro, posso aprire il cuore ad altre amicizie, come non era stato in passato.» ispira ed espira: «Sei la mia casa. Il mio posto è ovunque ti troverai. Sei il mio futuro, perché l’ho deciso e non voglio sia diversamente.» sorride convinta, raggiante, vivace, il tono si alza, diventa persino allegro: «Sì, sarò tua moglie, perché lo voglio. Lo voglio, perché ti amo.» si sporge per cercare di gettargli le braccia al collo e baciarlo, rischiando di farlo cadere al suolo con una risata genuina.
You ain’t here, ain’t nobody else to impress
It’s the way that you know what I thought I knew
It’s the beat that my heart skips when I’m with you
But I still don’t understand
Just how your love can do what no one else can.










