Enid Grace Kingstone non esiste e così la sua famiglia.
Tutto quello che viene riportato su queste pagine virtuali, quindi, non è realmente successo.
È frutto della fantasia di un gruppo di players che si divertono.
Dove?
Qui

sabato 12 dicembre 2015

Crazy In Love

How I’m feeling and my pride is the one to blame
Yeah, cause I know I don’t understand 

Just how your love can do what no on else can.

Wilfred George Mott non ha badato a spese, visto e considerato che l'area ristoro della pista di pattinaggio è stata noleggiata ed addobbata per l'evento: spostati tavolini, sedie, poltroncine, ha provveduto a far stendere un morbido tappeto dagli arabeschi rossi, dorati su campo blu al centro della sala, dove troneggia un tavolo in legno massiccio con i seggi medievali forniti da Nathaniel. L'ambiente è rischiarato dalle candele, sono sparse ovunque anche sulle mensole, sul tavolo, sul pavimento, alcune sono appese al soffitto con ghirlande bianche, come fossero cristalli di neve avvolti da una singola fiamma. Wilfred non è stato solo: Nasir Singh ha convinto i proprietari della pista di pattinaggio, ha trovato il tappetto, un buffet adeguato, ha aiutato l'Osservatore ad indossare l'armatura, partendo da una camiciola di cotone, una giacca blu con ricami dorati inclusi guanti in pellame (ecologico), brache della medesima tinta ma in velluto e stivali robusti sino al ginocchio, quindi è stata la volta dell'elmo, della gorgiera, delle placche frontali in metallo ornate con decorazioni in oro. Wilfred sta aspettando, non è un abbigliamento comodo, specie restando in piedi, fissando il mondo dalle feritoie concesse dal pesante copricapo. Il dubbio che Enid sia scivolata fuori dall'auto in corsa di Hanae, comincia a sorgere.

Enid raggiunta a casa da Hanae, Teresa e Vanessa, sorridenti e liete di recapitarle una scatola chiusa con un semplicissimo biglietto, ha subito creduto a qualche emergenza in corso ma non è stato così: le tre donne hanno avuto l’arduo compito di renderla una perfetta damigella, acconciandole i capelli in morbidi boccoli, sistemando una coroncina d’oro fra le ciocche castane dai caldi riflessi color miele, truccandole appena l’incarnato diafano, illuminato dai grandi occhi verdi e infilandole un abito di velluto color Borgogna, la cui ampia scollatura era impreziosita dalla collana regalatale da Wilfred, le maniche a falda larga hanno messo a dura prova la pazienza di Enid, così come i laccetti del corsetto stretti sino a darle una postura da principessa, ritta come un fuso; il vestito è semplice,  scivola ad accarezzarne le forme, senza fronzoli, ha inserti ornamentali sugli orli e sono in blu e dorati, come per gli abiti di lui ma questo Enid è lungi dal saperlo, le scarpette erano semplici ballerine, coperte da due sottogonne, la mantella con cappuccio comoda, morbida e calda. È uscita di casa curiosa, emozionata, incapace di formulare ipotesi. Hanae ha parcheggiato l’auto fuori dalla pista di pattinaggio, l’ha istruita sul passaggio da utilizzare, le ha pure augurato buona fortuna. Salire i gradini con la gonna sollevata, in una semioscurità romantica l’ha distratta, ha pensato di lasciarci le penne con due scivoloni, ma è arrivata incolume, in ritardo. Abbozza un sorriso imbarazzato, intravede Wilfred che però è totalmente coperto dall’elmo, che non ha avuto la grazia di notare nei giorni precedenti. Sa che è lui. Deve essere lui. Vuole che sia lui e ha paura che qualcosa rovini l’atmosfera, li faccia sprofondare nel terrore o nella violenza di Sunnydale, oppure che sia uno scherzo, che sia un’ultima sera da concedere a una ragazza troppo fantasiosa, una notte da favola per dirsi addio. Ha paura e spera. Osa pochi passi, il cuore in gola, il viso serio. 
Wilfred ha movimenti poco fluidi, ma non ha mai avuto addosso tanta stoffa e tanto metallo come in quel momento, piega le braccia, le solleva per sfilarsi l'elmo con grazia, ma potrebbe anche sembrare Terminator. Vista l'amata, mostra il suo volto: i riccioli castani sono scarmigliati, ha provveduto a rasarsi con cura, gli occhi sono di un azzurro scuro, cupo come il cielo invernale, la bocca distesa in un sorriso. «Ho fatto un sogno.» esordisce, la voce profonda rimane bassa, il tono usato è pacato, scandisce ogni sillaba, senza che paia una filastrocca imparata a memoria: «Era simile a questa sera: c'eri tu, venivi verso di me nella notte. Pensavo a quanto fossi bella, a come fosse impossibile distogliere lo sguardo dai tuoi occhi. Non avevo parole, restavo disarmato innanzi a te.» prende fiato, sente le gambe rigide ma un passo alla volta, arriva sino a fronteggiarla, elmo alla mano: «Tutto è simile a quel sogno, soltanto che tu sei ancora più bella, perché reale e io non so cosa dire o cosa offrirti.» prende una pausa, la mano affonda nei capelli: «Volevo offrirti qualcosa di speciale, so quanto ami gli abiti storici, so quanto ami queste atmosfere rarefatte e desideravo che ti sentissi a tuo, anche qui. Abbiamo vissuto giorni tristi, giorni di lutto e non è questo che avrai da me, io vorrei donarti i viaggi che progetti, vorrei essere accanto a te mentre scopri che la vita ha in serbo per te felicità, soddisfazione e bellezza. Lo vorrei, perché mi sono accorto di non desiderare altro che saperti con me, che sapermi con te.» aumenta impercettibilmente il volume e la velocità del discorso: «Tu sei la mia famiglia.» calca l'accento sui termini: «Tu sei il mio coraggio e sei la mia forza. Non so quante volte sia riuscito ad esprimermi, non so essere affettuoso, non credo sia necessario sbandierare i sentimenti, però ciò che dico è vero.» cerca di guardarla, di restare qualche secondo a studiarla intensamente: «Mi credi?» è una domanda posta con una certa fermezza, perché va a toccare tasti delicati e profondi della personalità di Enid. Enid lascia andare la gonna, il fruscio della stoffa resta l’unico rumore per qualche secondo, sotto all’elmo c’è Wilfred e non può che ammirarne l’oggettiva bellezza, le ricorda un dipinto nei lineamenti volitivi eppure aggraziati, nella bocca che si piega in un sorriso a cui è impossibile non rispondere. È come vivere in una fantasia lontana, partorita anni fa mentre sedeva al pub dei Kingstone e Wilfred era un ragazzo colto, affascinante, spiritoso ma mai volgare, educato nella sua disinvolta simpatia. Era fuori dalla sua portata, perché Enid era timida, scura, capace di librarsi soltanto nei racconti chiusi nella testa, in grado di modulare la voce per raccontare imprese eroiche, salvo poi sprofondare nel silenzio tornando al quotidiano. Affondava in maglioni larghi il suo corpo snello, chinava il viso per non lasciar scrutare a nessuno il suo imbarazzo. Ha le mani sepolte nelle maniche, non sa come congiungerle al grembo, come farebbe Arwen, né vuole lasciare le braccia lungo i fianchi, spioventi come rami fradici. Si morde la lingua. Lui parla, una melodia calda, scivola sino alla sua anima, la commuove, la ristora, la rassicura, la culla e dona coraggio, quel lieve disagio che balena negli occhi di Wilfred, la fa traboccare di tenerezza, lo slancio effettivo è smorzato dalla logica, ma darebbe qualsiasi cosa per abbracciarlo e per baciarlo sino a farsi mancare il respiro. Può credere che quell’uomo straordinario nei suoi pregi, nei suoi difetti, sia innamorato di lei? Può fidarsi delle sue frasi appassionate e delle notti trascorse insieme? È capace di avere fede in lui, nelle sue promesse, nei suoi sentimenti, anche se il peso che la opprime non è svanito? Muove la mano sinistra, la manica scivola, lasciando le dita libere. Reggere il suo sguardo è difficile, anche quando vi legge amore, rispetto, passione e un abbandono totale alla sua volontà, come fosse soltanto un bimbo. «Ti credo. Credo a ciò che dici, credo ai tuoi silenzi, credo ai tuoi gesti. Potrei smettere di credere nella bontà degli Angeli, ma non potrei mai smettere di credere in te.» afferma ricambiando lo sguardo, disarmata a sua volta, affidandosi a lui ciecamente, simili parole in bocca alla protetta di Azrael, rivolte al protetto di Umabel, entrambi custodi del gatto reso parlante da Gabriele e a pochi giorni dal prodigioso salvataggio avvenuto per opera di Raffaele hanno un peso specifico, sono cariche di amore, certo, ma anche di stima per un uomo che ha sopportato tanta sofferenza, senza inasprire il cuore.
Wilfred rimane con la testa inclinata, sorride a tratti e poi torna serio, alla fine sono le ultime resistenze a sciogliersi come neve al sole, potrebbe stringerla a sé e procrastinare qualsiasi altro discorso. Appoggia l'elmo sulla tavola, deglutisce, la scatolina nella tasca pare avere il peso di una cassapanca. Ha quasi la sensazione che rovinerebbe la beatitudine del frangente; tenta di prenderle la mano racchiudendola nelle proprie, avvolte nei guanti, portandosela alle labbra. Baci lievi, un contatto fisico gentile più che dettato dalla passione. Scosta il viso per radunare le idee, deve fare appello alla sua parte razionale, sente i muscoli tesi sino allo spasmo. È uno dei giorni più importanti della sua esistenza, vorrebbe essere rilassato, sereno e gli è impossibile essere calmo. È un piccolo prodigio che non tremi. «Enid.» pronuncia il suo nome con dolcezza, pare volerlo trattenere in bocca, come fosse troppo prezioso per lasciarlo scivolare nell'aria. «Non riesco a immaginare il mio futuro, lontano da te. Non riesco a pensare di svegliarmi, senza che tu sia al mio fianco.» introduce con cautela, non vuole rischiare la fuga della principessa: <Sei giovane, non abbiamo condiviso che qualche mese, comprenderei qualunque tua risposta.> necessaria parentesi, può buttargli dietro l'anello, l'elmo e il seggio, capirebbe e l'amerebbe con trasporto ugualmente. Piega il ginocchio sinistro, poggiandolo sul tappeto, prende la scatolina di velluto cobalto e la tiene nella mano destra: «Mi hai reso un uomo migliore.» prosegue, fa scattare l'apertura per mostrarle l'interno; un anello in platino la cui parte superiore è istoriata con un nodo celtico e sul quale è incastonato uno zaffiro blu, luminoso ed intenso ma c'è anche un diamantino posto più in basso, fra altri brillanti a dare maggiore risalto al colore della pietra: «Non ho mai amato qualcuno al pari di te. Hai il mio cuore, hai ogni pensiero della mia mente, ogni tumulto dell'anima.» solleva il braccio, serio e con voce bassa mormora: «Domani o fra un anno, fra un mese o fra quindici giorni, non importa, quando lo vorrai e quando sarai pronta.» altra pausa di calcolata tensione nervosa. «Enid Grace Kingstone, vorresti diventare mia moglie?» domanda, la voce si alza, sembra riempia ogni spazio della stanza. Ed aspetta, schiena dritta, braccio teso e sguardo trepidante. Enid prova a sfiorargli i capelli, mentre è chinato con una dolcezza in grado di velarle lo sguardo di lacrime, che però non scendono sulle guance. «Ti amo, prima ancora di conoscere me stessa e di sapere cosa fossi in grado di fare, io ero certa dell’amore per te.» risponde in un sussurro: «Era la verità, il perno che dava equilibrio alle giornate. Sapevo cosa amavo di te. Sapevo perché ero innamorata di te e attraverso questo, ho scoperto me stessa»  ricaccia indietro le lacrime, finiscono in gola. «Non da pochi mesi, bensì da anni.» deglutisce: «Sei la mia costante.» sorride, ritrae il braccio. Non sa quantificare la sorpresa, lo stupore che gonfia il cuore, lo vede inginocchiarsi e lo sente, guarda l’anello e non è sicura di averlo intuito, prima. Lei che lo aspetta da quando è una ragazza, che praticamente lo insegue da quando utilizzava il girello è comunque spiazzata. Vuole essere sua moglie, lo ha sognato, ha fantasticato tanto su qualcosa che è diventato vivido, reale come la visione di Wilfred ai suoi piedi. «Io sono tua moglie.» è la replica, un soffio delicato dopo la sua decisione e non tentenna, soltanto si muove con cautela, senza fretta anche quando pare ovvio il suo ottimismo. Vuole essere sincera, vuole essere capita e non lascia che il silenzio comunichi per lei. «Io sono tua moglie e tale mi sento. Sei la mia famiglia, da prima ancora che iniziassimo una relazione, da quanto eravamo amici. Desideravo il tuo amore, la tua fiducia, la tua felicità e per averli, avrei dato qualsiasi cosa. Sei il mio respiro, sei il battito del cuore.» allunga la mano, perché vi infili l’anello: «Mi fai sentire libera, hai come sollevato una benda dai miei occhi ed io vedo un orizzonte che ignoravo. Mi fai sentire al sicuro, posso aprire il cuore ad altre amicizie, come non era stato in passato.» ispira ed espira: «Sei la mia casa. Il mio posto è ovunque ti troverai. Sei il mio futuro, perché l’ho deciso e non voglio sia diversamente.» sorride convinta, raggiante, vivace, il tono si alza, diventa persino allegro: «Sì, sarò tua moglie, perché lo voglio. Lo voglio, perché ti amo.» si sporge per cercare di gettargli le braccia al collo e baciarlo, rischiando di farlo cadere al suolo con una risata genuina. 

You ain’t here, ain’t nobody else to impress
It’s the way that you know what I thought I knew
It’s the beat that my heart skips when I’m with you
But I still don’t understand
Just how your love can do what no one else can.

venerdì 20 novembre 2015

Safe and Sound


Wilfred era immerso in un sogno confuso, quando il muso di Belle ha sfiorato la mano sinistra e ha aperto gli occhi nella stanza immersa nel buio, mentre le dita sfioravano dolcemente il capo della bestiola. Levato a sedere, ha visto un bagliore intermittente arrivare dalla zona giorno della casa,  accompagnato da un bisbigliare indistinto, perciò si è alzato. È la patina del risveglio ad avvolgere la percezione della realtà, si passa la mano sinistra tra i corti riccioli castani, sulle palpebre e sulla barba che percorre la mascella volitiva ed il disegno morbido delle labbra. Cerca una maglietta a maniche corte, perché s’era addormentato con indosso i pantaloni blu di un semplicissimo pigiama di cotone, calpesta il pavimento a piedi nudi anche se il parquet non è sufficientemente riscaldato, l’aria che penetra dalle finestre socchiuse è umida. Belle lo affianca, sino a quando non è in soggiorno, abbiamo tralasciato la parentesi alla toilette, quando vi esce ha le mani profumate di sapone liquido, ché siamo innanzi a un gentiluomo. Sandrine Hammond è felicemente sistemata a casa di Wilfred, ha con sé Sansa e Gigì, la sua gatta. C’è anche Peter, suo figlio e suo Guardiano, ma non può vederlo. Arresta il passo tra i divani e l’ampio spazio dedicato alla cucina.
Enid è seduta sul divano con la miglior visuale sulla TV, benché abbia tutt'altro per la testa che la risoluzione di un caso di stupro incestuoso, per sua fortuna. Le gambe sono incrociate sulla seduta, il busto sostenuto da tre cuscini a ridosso del bracciolo sinistro, le braccia sono mollemente abbandonate sul grembo, ha lasciato i lunghi capelli castani sciolti ed attraversati da riflessi color mogano, sembrano un tessuto pregiato attorno alla testa, la sua carnagione è diafana, il viso ha lineamenti delicati, distesi in un'espressione quieta, gli occhi verdi si chiudono e si aprono lentamente, la bocca carnosa è socchiusa, il respiro profondo è regolare. Indossa una camicia da notte bianca e una vestaglia leggera altrettanto corta, le gambe sono coperte da un plaid rosso fuoco, ha un paio di calzini bianchi con ricamato il muso di un panda sul dorso dei piedi. C'è Estia, nella cesta con il guanciale azzurro, chr alza appena il capo nel sentir arrivare Wilfred mentre sul puff di vimini è acciambellato Doctor Watson, ridotto a uno sparuto mucchio di ossa, quasi cieco, totalmente afono con la pelliccia bianca, così differente dal fiero Maine Coon parlante che l'Arcangelo Michele donò alla sua salvatrice, Enid. Questa si accorge dei passi, trasale involontariamente, si raddrizza per cercare il telecomando. «Amore, scusami.» mormora, la voce è soave, un suono basso e carezzevole: «Ti ho disturbato?» domanda, soffoca uno sbadiglio con la mano. Il braccio si tende vero di lui, invitandolo a prendere posto accanto a lei.
Wilfred piega le labbra in una smorfia, prima di fare un cenno di diniego, porta la mano sinistra a massaggiarsi il collo, sfiorando i capelli. «No, affatto.» risponde in tono calmo, non ha smaltito la tensione, la fatica, la tristezza, però almeno non ha più le vertigini per la stanchezza fisica. «Credo di essermi svegliato da solo.» replica senza alcuna enfasi, poi sorride con dolcezza. Guarda Belle raggiungere la propria cuccia, Doctor Watson sembra ancora addormentato, pare che il micio l’abbia accettato, forse solamente per l’amore che entrambi nutrono per Enid, indugia un poco e ricorda Clarice, George, i piccoli angeli, il corpo di Amanda sfaldarsi e Awentia divenire un grido carico di odio nella notte. «Lei non ha capito. Io sono riuscito a perdonarla. Non provo rancore nei suoi confronti e lei non ha compreso.» le parole salgono automaticamente alla gola, avanza piano verso la ragazza: «L’odio è riuscito a divorata, come una radice che consuma tutta la terra di un vaso. Non c’era rimasto nulla della donna che era stata, soltanto l’ombra tormentata dal suo stesso odio.» rilascia l’aria in un sospiro, siede non distante dai piedi di lei, li fissa e un lampo divertito rasserena il viso. 
Enid  piega le gambe, ascolta senza interrompere. C'è la quieta notturna, il buio rischiarato da poche lampade, ci sono i loro animali a circondarli, non crede serva molto altro per sentirsi in pace. «Non era un'anima che avresti potuto riscattare.» si limita ad osservare con voce pacata, un mormorio che si perde nell'aria. Enid fa scivolare il braccio attorno al collo di Wilfred. «Non tutti sono in cerca di riscatto.» soggiunge con amarezza, sospinge la testa di lui sulla propria spalla, come a volerlo consolare, le dita affondano nei riccioli castani, ribelli e morbidi. «Billy è finalmente libero con i suoi nonni. Chiunque sia stato vittima di Awentia ha trovato un po' di giustizia. Può bastare. Non è la perfezione, ma nulla è perfetto al mondo.» sfuma la frase in sospiro, piega la testa per guardare il compagno. Sa che Wilfred ha una compassione che va oltre in senso della giustizia, così ha trovato la forza di non avere rancore nei riguardi dello Spirito, ma non può e non deve caricarsi di colpe non sue. «Dovremmo pensare al resto: Beatrix, Nathaniel e la Vampira dal cuore d'oro.» butta lì un argomento di sicuro impatto, sfumandolo con ironia. Si sporge per baciargli il collo, sfiorandolo con  la bocca e con i polpastrelli sino ad arrivare al viso.
Wilfred si lascia tranquillamente coccolare da Enid, seduto sul divano e cerca di abbandonare la testa sulla sua spalla, senza per questo franarle addosso col suo notevole peso, tenta di avvicinare Enid a sé, quando gli bacia ed accarezza il collo e poi, la tempia e lo zigomo. «Awentia è stata nei nostri discorsi, nei nostri silenzi e nei nostri pensieri. Credo che sia tempo di lasciarla andare.» sembra un sussurro, gli occhi si fissano sul riflesso nello schermo appeso al muro. «Per quanto abbia fatto. Lo merita anche lei.» sembra voler chiudere il capitolo, voltare pagina, scoprire cosa lo aspetta, può temere i pericoli ma non ignora l’eccitazione di una nuova avventura. «Beatrix è furibonda, si focalizza unicamente sui bersagli e temo con foga eccessiva.» si confida, non a un’Osservatrice, bensì a una compagna riguardo un’amica. È preoccupato. «Nathaniel è riuscito a deluderla, umiliarla e farla arrabbiare nel modo peggiore possibile. Artù è una Vampira, da come segue il Maestro non mostra alcuna particolare dote e tutto ciò che lui sa fare è auspicare una chiacchierata per mettere pace tra Cacciatrici e Vampiri. Sembra andato di testa.» sbuffa, prova a prendere la mano destra di Enid per posarvi le labbra: «Non sono sicuro di essere coraggioso e speciale. Io non mi sento tale. Faccio quello che mi suggerisce la mente, l’anima, l’esperienza e sbaglio. Se sono un grande uomo, resto sempre sulle spalle di un gigante.» le rivolge un’occhiata. «Tu sei speciale. Temo che un Angelo ti noti e ti scelga per sé.» prende una pausa: «Sarei felice di saperti una Uprooted, però… Noi siamo Umani ed esserlo, mi piace.» termina, soffia via una risata. Può apparire insensato, eppure lui è soddisfatto di essere il mortale Wilfred George Mott.
Enid è dubbiosa sulla positiva influenza che la Vampira possa avere su chiunque, può anche non attaccarla a vista, però non l'ha inserita fra le amicizie di Facebook. «Se venisse uccisa, ora.» parla con distacco, ha visto Raissa eliminare i Novizi come mosche, non ha battuto ciglio, perché non spreca la pietà per coloro che non sanno nutrirla: «Nathaniel non sarebbe più in equilibrio fra Bene e Male: si convincerebbe che la violenza insensata esiste ovunque, cercherebbe la strada più comoda e lo perderemmo come amico, come Stregone.» ragione piuttosto lucidamente: «La prudenza ci aiuterà: daremo ad Artù la possibilità di mostrarsi per quanto vale o di impiccarsi da sola. Nathaniel si intestardirebbe a frequentarla, se avesse continue paternali. Sarebbe più difficile controllare lui e monitorare Artù. Ci serve anche un aggancio per comprendere quanto, il Maestro attuale, abbia potere sui Vampiri o possa essere spodestato da Ashelia in fretta. Usiamo la cautela, al momento giusto, i nodi verranno al pettine.» conclude. Se va male per Artù, diventa un mucchio di cenere in uno schiocco di dita mentre se va bene, hanno un problema in meno ed in ogni caso terranno la situazione sotto una parvenza di controllo. Ride al resto. «No, non penso sia possibile.» risponde, non sembra rammaricata: «Credo fosse un Uprooted, l'essere con cui parlavo, anni fa... Una forma di luce, una voce che udivo con l'anima, un calore che asciugava le lacrime e sono sicura, volesse confortarmi e forse stringere un patto, poi una notte.» deglutisce, perché non l'ha mai raccontato, temendo di essere definita pazza: «Apparve nella mia camera, era reale quanto i mobili e non pensai ad urlare, perché non avevo paura. La sua luce non lasciava spazio all'ombra, c'era qualcosa di simile a un corpo, qualcosa di rassomigliante alle ali però era un individuo spirituale. Disse che mio padre aveva attraversato il fiume Lete, si era sporto per sfiorare l'acqua ed aveva raggiunto il Paradiso. Disse che un giorno, l'avrebbe veduto e gli avrebbe riferito che figlia preziosa aveva, quanto doveva essere orgoglioso di me. Mi spiegò che non ci saremmo più incontrati, almeno per un po' e che avrebbe pregato per me. Gli chiesi cosa fosse, sorrise... Non aveva bocca, ma sorrise ed io seppi cosa avevo sempre saputo. Non mi disse addio, forse lo rivedrò ancora, in questa vita.» prende fiato, soppesa quella storia a lungo taciuta: «Io sono Umana, non vedo che quello che si palesa agli occhi e credimi, Wilfred, sono immensamente felice e soddisfatta di chi sono!» esclama con fierezza. #humanpride.

sabato 3 ottobre 2015

The Hardest of Hearts

It pours from your eyes and spills from your skin.
And the kindest of kisses break the hardest of hearts.

Wilfred libera il vassoio, che una solerte cameriera preleverà di lì a breve. Assapora il profumo del caffè caldo, del dolce al cioccolato. Sorride, non commenta le medicine utilizzate da Enid, porta l’indice al naso per sistemare gli occhiali, sbircia l’orologio al polso. «Se non dovessi star bene, domani, avvisa Nina e rimani a casa. Lo stesso vale per la signora Turner: la figlia rischierebbe di essere contagiata.» non c’è alcuna enfasi drammatica nel tono, solleva la tazza e manda giù  un sorso. «Ti sei anche allenata con Teresa. E non sarà stata una passeggiata rilassante.» introduce con cautela l’argomento, con quanto tatto abbia a disposizione, pensa che forse non è neanche il caso di turbarla, che può attendere abbia ritrovare la salute. «So che niente ti impedirà di fare il tuo dovere. Io ti conosco, sei coraggiosa e sei forte ma non è come Capo del Consiglio che penso a te.» congiunge le mani tra loro, alza il viso per scrutarla attentamente. «Non voglio una confessione. Non desidero senta la necessità di provare qualcosa a me, qualcosa che serva alla nostra relazione, perché non è vero. Puoi parlare o puoi tacere, io amo la tua discrezione e così la tua capacità di comunicare. Non hai da temere, mai. Non per quanto mi riguarda e non dire che il futuro è incerto, perché io non voglio immaginare l’avvenire senza te. Se esiste la possibilità, non voglio considerarla, né tanto meno viverla.» si umetta le labbra, a questo punto, rimane in silenzio. Non è abituato a manifestare i sentimenti con dichiarazioni plateali, accenna ma rimane solitamente asciutto, si direbbe essenziale.
Enid strae la bustina di Earl Grey, ricorda l'allenamento con l'Osservatrice Esperta. Non ricorda di aver messo a segno un solo colpo, in compenso ha passato diverso tempo a fare il tappetto nella sala con tanto di paletto di frassino in mano. «Ha preso qualcosa dai Lycans.» borbotta, sembra arrabbiata e non lo è affatto, ha le vie respiratorie otturate. Apre il flacone per dosare le gocce medicamentose, mescolandole con lo zucchero. Tiene la lingua tra i denti, poi allunga la mano sinistra per cercare di accarezzare le dita intrecciate di Wilfred, lo sguardo è diretto e può darsi sia il solo che possa guardarla negli occhi, senza che lei indugi. «Se dovesse esistere un'altra dimensione, dove non ci incontriamo, dove io non posso amarti, allora so che esiste una dimensione che sarebbe totalmente arida e grigia per me.» dice con amorevole trasporto, lascia che quelle parole rimangano nell'aria. Tossisce, si soffia il naso in maniera meno rumorosa possibile. «Le ragazze mi hanno trascinata vicino al camino, avevo la bocca tappata da un pezzo di stoffa bloccato col nastro adesivo.» racconta, praticamente atona, le dita cominciano a tremare ed è un terrore che sorge dal passato, oscuro e potente, Enid non sa dominarlo, solo rimanere in attesa che si plachi, che allenti la presa nella sua anima. «Hanno preso un tizzone e l'hanno messo sulla mia schiena. Le fiamme hanno iniziato a propagarsi, perché il pezzo di legno era minuscolo, quando hanno visto che bruciavo, hanno rovesciato un secchiello del ghiaccio, io sono svenuta.» stringe fra i denti la lingua, di nuovo. «Mi sono ripresa al Pronto Soccorso. Rimasi in silenzio a tutte le domande. Rimasi zitta per anni, Wilfred.» c'è un disagio strisciante nella confidenza, come se fosse una sua mancanza, come se la vittima dovesse provare vergogna, dovesse tacere la violenza per mantenere la dignità. Chiude gli occhi. «Da quella notte, sono arrivata a questa.» sussurra, una preghiera esaudita.

Darling heart, I loved you from the start
But you’ll never know what a fool I’ve been.

Wilfred cerca di muovere le mani per avvolgere la mani di Enid con le proprie, deglutisce e la rabbia non è certo verso la compagna, sospira per incanalare la tensione nervosa. Hanno torturato la persona che ama di più al mondo, l’hanno umiliata, l’hanno costretta a vergognarsi del proprio corpo e non può perdonarlo, non può tollerarlo. Non c’è alcun rimprovero da sollevare, né domanda da porre. «Sei arrivata sino a questa notte.» prende spunto dal sussurro per spezzare il silenzio, il tono è affettuoso: «Non sei la stessa ragazza che ho incontrato al pub: sei più matura, sei meno ingenua ed ugualmente dolce. Hai terminato gli studi, sai cose che io ignoro, hai reso la tua creatività ancora più brillante, più ricca di invenzioni e di dettagli. Hai sofferto, hai pianto e hai perduto tuo padre, questo ti porta a guardare diversamente la vita.» fa un respiro profondo, serra le labbra fra loro: «Sei cambiata, non lo posso negare. Sei cresciuta.» distende la bocca in un sorriso: «Eri e sei rimasta di una bellezza rara, perché si fonde con la tua stessa anima. Non è una bellezza sterile, una banale armonia di forme. Sei splendida, sei una ragazza meravigliosa. Potresti avere chiunque, sei come una sorgente d’acqua o una luce che brilla. Sarei sempre così terribilmente bella, capace di stroncare qualsiasi mia reticenza o dubbio. Mi abbaglierai ancora e ancora con un sorriso. Farai battere il mio cuore, al suono della tua voce.» si china per baciarle la mano. «Quello che hai subito è terribile. Quello ti hanno fatto è crudele.» fa una pausa: «Non posso comprendere, ma spero di poterti confortare e aiutare. Vorrei dire mille cose, ma… Lo sai, sono furioso con quella banda di puttanelle, con quello stronzo del tuo ex e… Ho soltanto parole per te. Parole che non cambiano il passato.» ammette con uguale sincerità a quella mostrata da Enid.
Enid porta la tazza alle labbra, ma i denti sono chiusi attorno alla lingua, deve forzarsi per non mordere sino a sentire il sangue, per aprire la mandibola e lasciare che il tea caldo dono un precario sollievo. È travolta dalle emozioni vissute, commossa dalla reazione di Wilfred, finge che debba tirare su col naso ma è semplicemente prossima alle lacrime, sebbene sia raro che scoppi in lacrime. «Ti amo.» nient'altro pare necessario. «Voglio superare le mie paure, mi sono accorta di come lavorino dentro di me. Non lascerò che siano un peso.» prosegue a dire, si focalizza sul lato pratico. Si è sciolta come un fiocco di neve dentro un forno, però auspica di mantenere una contegno dignitoso, necessario a non lanciarsi in effusioni eccessive in luogo pubblico. «Quando sei entrato nel pub, non riuscivo a levarti gli occhi di dosso. Ero una ragazzina, lo so bene e volli credere di avere solo una cotta, un'infatuazione, qualcosa che sarebbe svanito nel tempo.» fallisce l'impresa, non riesce a calarsi nei panni di Elsa, quindi bisognerà accordare un violino. «Continuavo a non trovare qualcuno che avesse il tuo sorriso, i tuoi occhi, il tuo senso dell'umorismo, la tua intelligenza. Potevo incontrare dei ragazzi carini, ma non erano alla tua altezza, dentro di me continuavo a sperare, mi dicevo che ero un'amica e sapevo di essere innamorata, sapevo di volere il tuo amore. Presi le distanze anche per cercare di lasciare tutto alle spalle.» sospira. «Ma è stato impossibile: il passato è parte di noi. Non potrò mai scordare la mia notte alla Confraternita, tenterò di accettare che sia accaduto a me, che sia stato brutale, ingiusto e che sia ormai finito. Ho smesso di scappare.» si sporge leggermente: «So che sei al mio fianco, ora. È la cosa più bella sia mai successa e sorpassa la sofferenza che possano causarmi i ricordi.» sorride a Wilfred, tenendo la mano fra le sue. Usa l'altra per bere altro tea. «Così, adesso, sei anche un mago in erba?» cambia discorso. Non ha bisogno di serate cupe, funestate da tristi racconti. Vuole godere della pace momentanea, né aggiungere altro carico al fardello di Wilfred o aggravare il proprio mal di testa.

Darling heart, I loved you from the start
But you’ll never know what a fool I’ve been.


Hardest of Hearts

martedì 22 settembre 2015

Daylight

Questa mattina, mi sono svegliata con il profumo di muffin al cioccolato. Sono andata in cucina, Wilfred si stava ancora asciugando, mentre Doctor Watson mangiava dalla sua ciotola, ignorandolo.
Il tavolo era apparecchiato: c'era la teiera piena di acqua bollente e una selezione di bustine da tea, accanto, su un piatto da portato erano sistemati tre muffin di panetteria. C'era una pianticella di arbuto, in un piccolo vaso di terracotta, una camelia rossa e un garofano bianco in un bicchiere al centro del tavolo.

Fuori pioveva, l'aria gelida sferzava i rami degli alberi e nella cucina, una luce dorata, calda e vivida era sorta come l'aura di Primavera.

sabato 12 settembre 2015

A Candle's Light

All'alba, sono sgattaiolata fuori di casa per raggiungere la Biblioteca, Doctor Watson mi accompagnava, chiaramente fra le mie braccia e tenuto sotto l'ombrello, borbottava costantemente ma non abbiamo incontrato pericoli lungo la strada. Ho camminato per avere più tempo, per comprendere cosa motivasse una scelta così radicale.
«Se vuoi condividere le gioie e le sofferenze con l'uomo che ami.» mi aveva avvisata Nasir: «Salta la pillola per un mese. Non è un romantico viaggio per due, non vi terrete per mano e non vi asciugherete le lacrime a vicenda: dovrete imparare a essere autonomi, in qualsiasi occasione.»
Duro, categorico, ha rimandato la mia candidatura di dodici ore perché riflettessi. Non oso immaginare cosa abbia detto a Wilfred, però quando sono entrata, il dottor Singh era in attesa ed il suo sorriso è stato più accogliente dell'ultima volta.
«Conosco ciò che si cela dietro l'angolo, cosa si nasconde sotto il letto e nell'armadio.» ho sentenziato con voce decisa, lasciando libero Doctor Watson di perlustrare la zona: «L'ho visto con i miei occhi, l'ho combattuto con le mie stesse mani. Io non sono una guerriera, non voglio diventarlo. Voglio imparare a riconoscere il Male, voglio sapere come oppormi ad esso. Sono una persona qualsiasi, che ha non ha nulla di eccezionale da offrire al Consiglio o alle Potenziali Cacciatrici. Sono una ragazza che ama la quiete, che riflette e poi parla, che pensa e poi agisce. Desidero vivere con rettitudine, cercando di aiutare il prossimo.»
C'è stato un attimo di silenzio, ho intravisto Teresa appoggiarsi allo stipite della porta, dietro a Nasir con le braccia incrociate sotto al seno, pareva soddisfatta.
«L'ordinario è quanto di più prezioso abbiamo da donare.» ha risposto l'Osservatore: «Alle Cacciatrici è precluso agire come una qualunque ragazza, perciò finiscono per odiare il proprio destino o per amarlo totalmente. Questo le ha isolate dal mondo che proteggono, in parte, il Consiglio ha creduto fosse naturale ma ha scoperto quanto deleterio sappia essere. Essere pacifici, gentili, perseguire la saggezza è uno degli esempi che forniremo alle Potenziali.» 
Sono stata condotta nella Sede degli Osservatori di Sunnydale, ho fatto colazione seduta su una poltrona, mentre Teresa impartiva una lezione sulla morfologia dei Vampiri.
Il Primo Osservatore, per ovvi motivi, non si è palesato e io ho proposto di dare maggiore ordine alle cataste di libri, almeno nella sala preposta alle riunioni, sarà Wilfred a decidere. È difficile inquadrarlo come il mio capo, quasi buffo ma necessario.
Vorrei sapere cosa ne pensa Wilfred, della mia scelta: averla approvata come Primo Osservatore non implichi che l'accetti come compagno, però al mio rientro non c'era. Non ho osato chiamarlo al cellulare, perché aspetto la sua reazione spontanea. 
Ho preparato una marea di risposte, di spiegazioni, di nobili motivi e sono quasi sicura di finire col balbettare frasi incoerenti.
Una parte di me, dubita ancora della nostra relazione anche se conosco il ritmo del suo respiro. Anni di insicurezze non si spazzano via con un colpo di spugna, ho bisogno di imparare tantissime cose, forse anche questo potrà essere una risorsa.

lunedì 24 agosto 2015

To the Wonder

Wilfred ha un ombrello per le emergenze, però, al momento attuale c'è una tregua nel maltempo, le nubi nascondono le stelle, però non sente tuoni e l'acqua del lago è calma, increspata da onde lievi, il loro rumore è rilassante per l'Osservatore. È seduto su una banchina dallo stile vittoriano, cornice in ferro battuto, seduta e schiena in legno, sebbene sia accomodato può dirsi una figura imponente, il fisico è piuttosto atletico, pure se poco traspare dalla camicia verde militare dal colletto sbottonato o dai pantaloni di stoffa leggera color fumo, calza un paio di scarpe nere adatte alle camminate nei boschi. Solleva le maniche sino al gomito, affonda le dita della mano sinistra fra i corti capelli ricci, il viso è assorto in un punto nello spazio, gli occhi sono di un azzurro cupo ma lo sguardo resta calmo, fermo; la barba che percorre la mandibola è appena un'ombra. Respira a fondo. «Andremo al giardino botanico di Boston.» propone, la voce profonda è bassa, gentile: «Se non ci sei già stata. Passeremo lì qualche ora, poi andremo a cenare.» aggiunge con un sorriso lieve, non mostra i denti, il braccio destro, però, vorrebbe cingere le spalle della ragazza per attrarla un poco a sé. «Ti piace l'idea?» chiede infine.
Enid sembra persuasa che qualche astro sia visibile, perché si sporge a cercare tra una nuvola e l’altra, quasi che fuggissero al suo sguardo. È la solita chiacchierona estroversa, arrivati a destinazione è rimasta seduta con lo sguardo diviso tra cielo ed acqua, salvo poi spostarsi su Wilfred con premura, sicura che i suoi pensieri fossero foschi quanto il tempo atmosferico. Ha raccolto i capelli castani in un’alta coda, mentre il volto ha una leggera traccia di trucco, abbastanza da valorizzare lo sguardo di un verde intenso, le labbra carnose; indossa un abito di seta blu lungo sino alla caviglie, il corpetto è stretto da un elastico per far risaltare la figura sottile, le curve femminili che ne addolciscono l’aspetto, calza sandali con il tacco in legno e strisce di cuoio blu, la borsetta è una rettangolare notte stellata, sulla stoffa risalta il ciondolo in argento della collana, il cristallo sembra illuminarsi di riflessi caldi. «Mi piace molto.» risponde, lasciandosi stringere, alza la mano per tentare di accarezzargli dolcemente il viso sino alla spalla, così da guardarlo negli occhi: «Rivedere il giardino botanico con te, andare a cena insieme, poi andare a casa renderà la giornata meravigliosa. Andremo al planetario, la prossima volta.» soggiunge con brio, qualcuno dovrà pur mostrarlo. O crederanno siano lì per un patto suicida. «Da bambina, mi piaceva ascoltare lo zio Ethan, lui mi portava a vedere le stelle. Ha buone nozioni di Astronomia. E non disdegnava l’Astrologia, ma solamente per avere qualche storia da raccontare.» sembra intenerirsi al pensiero. «Ci pensi mai?» domanda, scosta la mano a indicare il cielo: «Vediamo la luce di stelle che sono morte e quelle che nascono in questo istante ci sono celate. Mi piacerebbe vedere la nascita di una stella.» commenta sognante.


Wilfred si volta, al tocco di Enid e l'ascolta, si sofferma sul volto di lei, riuscendo a piegare gli angoli della bocca per la seconda volta, studia quel mutare di emozioni negli occhi, fa un cenno di assenso col capo. «La nascita di una stella è uno spettacolo violento.» dice con l'ignoranza di chi si è laureato in Storia Medievale: «Se ci pensi, la nascita è un processo che prevede una dose di brutalità.» soggiunge meditabondo: «Dio disse 'Sia la Luce!'. E la luce fu.» va a memoria, solleva un poco la testa: «Dio esclama... Un'immagine potente, Egli crea la Luce ma non in un bisbiglio, bensì scandendo con sicurezza le parole... Un'esplosione, una metaforica bomba che si espande nell'intero Universo, negli Universi, inondandoli di qualcosa di sconosciuto: la Luce. Tutto è cominciato con quel tuono in grado di frantumare dimensioni intere. Tutto è iniziato con un gesto vigoroso.» congettura. È un peccato che manchino le salaci chiose di Doctor Watson. «Rifletto spesso su questo. Sulla Creazione, sul desiderio di Dio. Cosa cercava, mentre elaborava il Tempo, lo Spazio? Cosa vedeva mentre dava l'essenza agli Angeli e poi alla vita stessa? Cosa l'ha portato al punto di elaborare tutto ciò?» usa l'indice per indicare il lago, il cielo, persino loro due. Sospira. «Sono pensieri troppo grandi per un uomo.» conclude, dopo un attimo di silenzio: «Eppure, mi piace perdermi.» soggiunge, il dito tenta di percorrere il disegno delle labbra di Enid, lo sguardo che le rivolge è languido, luminoso, innamorato.
Enid non risponde subito, non sembra essere un argomento che esige una replica immediata, sorride quando le sfiora le labbra, riesce a guardarlo senza provare disagio, senza avere l’impulso di sviare l’attenzione. Sente unicamente una pace che arriva sino al cuore, un affetto che pare essere nato con lei, accompagnandola sino a quella sera di Agosto, ai giorni strani e meravigliosi che attraversa. «L’amore.» è quanto esce dalla bocca: «Una creatura onnipotente desiderava che questo sentimento fosse nutrito da altri esseri, in modo diverso e simile. Voleva essere amato, voleva amare. Voleva che la Luce, l’Oscurità, lo Spazio, il Tempo servissero l’Amore, lo rendessero accessibile, comprensibile agli Angeli, agli Uomini, agli Animali. Dio è Amore. Voleva che quello che ardeva in Lui, arrivasse a noi, perché sapeva che era cosa buona, che era cosa giusta.» fa una pausa. «Vedere il mondo, in un granello di sabbia. E l’Universo in un fiore di campo. Possedere l’Infinito sul palmo della propria mano e l’Eternità in un’ora.» recita con una discreta bravura, non troppa enfasi, nessuno scivolone sentimentalista. «Credo che sia il dono che ci ha offerto.» ispira, espira. «Credo che sia ciò che gli Angeli Caduti hanno perso.» non cerca conferma. «Noi siamo molto invidiati e siamo molto amati.» sorride ancora una volta: «Perché io sono convinta che Dio, gli Angeli sorridano con noi!» esclama vivacemente. Se non sarà incenerita da un fulmine, sarà una piccola, grande vittoria.
Wilfred solleva lo sguardo e le nubi si sono addensate, non c'è molta speranza in un domani soleggiato. Abbassa la mano, cercando di stringere le dita di Enid. «Ieri sera, Nathaniel parlava di cosa pensa ci serva per vincere contro Awentia: sicurezza.» riporta alla ragazza, un po' scettico nel tono: «Io ho ribadito che dobbiamo fare la cosa giusta. Dobbiamo essere sicuri di questo, non di noi stessi. Certo, occorre avere tecnica, competenza, però io so che ce la faremo perché stiamo facendo qualcosa di giusto. Stiamo salvando delle vite, stiamo liberando l'Umanità da una creatura malvagia e questo va oltre ciò che siamo.» illustra la sua opinione, ma chiaramente non si attende che lei risponda con un sottomesso assenso, ha una compagna, non un animale domestico. «Il dono che ci ha concesso è il Libero Arbitrio e... La capacità di amare.» valuta in un mormorio. Sorride, chinando il volto: «La capacità di scegliere chi amare e come amare.» soggiunge, piega la bocca: «Generoso. Può darsi che pensandola così, si possa rispondere a tante domande che si fanno su Dio: ci creati per amore, ci ha creati per amare. L'amore è una forza che non ha pari al mondo. Ci ha dato un enorme potere.» conclude la riflessione con un leggero sospiro. Sa che Enid è una ragazza intuita, perciò non si lascia sfuggire una parola: con un movimento repentino cercherebbe di tirarla in piedi, con quella che pare una risata trattenuta. 
Enid si accosta per tentare di strofinare la punta del naso contro il suo collo, poi si ritrarrebbe con un’occhiata maliziosa. «Nathaniel è stato coraggioso e mi ha aiutata, non voglio dirne male ma l’ho visto con Marlene, non si curava di nascondere che avrebbe preferito fosse sola.» riferisce atona: «Tra la schiettezza e la maleducazione passa una linea piuttosto larga, ma tanti fingono non esista affatto.» conclude, non si addentra oltre, non è sicura di aver fatto bene a parlare. «Tu cerchi la Giustizia. Non tutti hanno quest’aspirazione.» replica con calma: «Non penso basti essere sicuri di sé per avere successo in un’impresa, qualunque essa sia. Credo serva avere una motivazione, può essere di natura etica, come in questo caso, ma agire soltanto per la propria gloria è sterile, non produce niente di duraturo.» respira, prende tempo, raduna le idee per esporle: «Le ricchezze si dividono, gli imperi crollano, rimane ben poco di un uomo alla sua morte. L’amore che ha suscitato, l’amore che ha nutrito possono ispirare altri uomini, non tanto ciò che ha fatto, ma perché è stato fatto può essere immortale.» è il suo punto di vista, né l’ha cambiato per fargli piacere. Sta per ribattere alla conversazione teologica, quando la presa alla sua mano diventa decisa, punta i piedi a terra, scivolano sull’erba, infine per non trovarsi a terra viene letteralmente raddrizzata. Non è spaventata, casomai sorpresa e sbatte le palpebre incredula. «Wilfred.» cerca di guardarlo in viso: «Che diavolo vuoi fare?» domanda. Non svicola, per ora. Non sa che criminali (?) intenzioni abbia.
Wilfred aspetta che Enid sia in piedi, ha rischiato di farla finire dritta sull'erba ma sapeva che avrebbe finito per accettare la sua pressione. «Nathaniel ha pregi e difetti.» valuta senza alcuna emozione particolare. «Se cerca di fare colpo su Marlene, ha scelto la preda impossibile.» arcua le sopracciglia, dubita che abbia mire sulla Serafino, epidemicamente, lo colloca altrove. Evita di fare il pettegolo, all'aperto. Passa la mano libera sotto al naso, gustando la meraviglia di Enid. «Nina dice che l'acqua è tiepida.» non aggiunge una parola, non spiega e non ne ha bisogno. È consapevole della timidezza, della ritrosia di Enid. Vuole scherzare, gettare un po' di sana allegria in quelle torve giornate, perciò sfrutta la velocità per afferrare la giovane per i fianchi, sollevarla, sistemandosela sulla spalla destra, come un sacco. Il modo di più semplice e lui ritiene il più divertente, ci mette energia ma non vuole farle alcun male, sta attento a non mettere a rischio Enid. 
Enid prende fiato, sembra già stremata e si è alzata in fretta. «Non crederai faccia il bagno con l’abito nuovo?» ribatte sconvolta, anche se non può negare quanto sia sottilmente giocoso il momento e lei ne è felice, non vedeva Wilfred così propenso a sorridere da tempo, vuole assecondarlo ma non dargliela vinta. Svicola con l’agilità di una gazzella. Sono rimasti soli, niente le vieta di fare una corsa per mettere la panchina quale barriera fra loro, lei scoppia a ridere di cuore. «I Traghettatori hanno la pelle gelida: potrebbe trovare tiepida anche una lastra di ghiaccio.» fa finta di sbottare. Si aggrappa allo schienale con entrambe le mani. «Mi avresti caricata in spalla come un tappeto. Sono scandalizzata e dovresti esserlo anche tu!» aggiunge con veemenza teatrale, si incurva leggermente per reggere meglio eventuali attacchi.
Wilfred è meno preparato a vederla scappare, gli sfugge un suono che somiglia a una mezza risata. «La Polizia potrebbe insospettirsi, Enid.» replica, quando la vede sgusciare verso la panchina, rimane a fronteggiarla, l'aria sembra essere divenuta più umida però non gli importa affatto, animato da una sensazione vivace, piacevole che lo inebria, che nasce dalla costanza della ragazza di stare accanto a lui, di confortarlo, di spronarlo, di amarlo tanto quanto è amata, se non ancora di più e ciò lo commuove, e ciò lo spinge a mettere via la tristezza per qualche tempo. «Sembri Dafne, inseguita da Apollo.» inclina il capo. Tenta di prodursi in uno scarto agile, un balzo che dovrebbe portarlo dalla stessa parte di Enid, se gli fosse concesso, malgrado la veneranda (?) età, sarebbe abbastanza vicino da cercare una seconda presa.
Enid ride di nuovo, anche quando lui cerca di raggiungerla. Si ritrae per arrivare al bracciolo. «Credi possa diventare un albero?» gli domanda. Non fa nulla per tenerlo a distanza, sembra farcela da solo. «Non sei un grande sportivo!» commenta allegramente: «Apollo dovette correre parecchio, tendere agguati. Dovresti documentarti sulle sue tecniche, perché io non ho nessuna intenzione di farmi gettare nell’acqua, mentre minaccia pioggia.» si ferma, prende fiato, si muove per tornare alla seduta con i ruoli invertiti, ma non lo fa in fretta, alla fine, non desidera che qualcuno creda sia in ballo una lotta furibonda. È il primo momento spensierato da quando Peter è morto, vede Wilfred non libero dal fardello ma vivo e non può chiedere altro. «Però, sono curiosa di vedere cosa riesci a ottenere imitando Doctor Watson.» afferma in tono di sfida: «Coraggio!» esclama. 
Wilfred si passa la mano sinistra sugli occhi. Enid la fa franca per la seconda volta. Sbuffa. «Staresti ferma, perciò... Non penso.» non è serio, non ha ragione di esserlo. Scrolla la testa, fermandosi a due metri da lei: «Dovrei studiare strategie perdenti?» domanda pleonastica: «Il ratto delle Sabine farebbe al caso mio e quel lago non è una fogna a cielo aperto, non ti squaglierai come un cartone animato nella salamoia.» la incoraggia a lasciarsi andare, invito con stoccata nerd che cade nel vuoto. Sta per cambiare piano, quando è pungolato. Ride, stavolta, piano e per qualche secondo ma ride. «Come vuoi.» acconsente. Secondo scarto, stavolta mirato a placcare Enid, prima che sia lontana. Buttarla a terra è contemplato, perché riuscirebbe a riprenderle la mano con cui trascinarla in acqua. L'idea di essere bloccato dalla Polizia, attualmente, non lo tange. 
Enid studia i movimenti di Wilfred, si dilegua prima che lui sia troppo vicino con una risata limpida. «Stai bene?» gli domanda premurosa, quando manca clamorosamente l’obbiettivo. Frena l’ilarità, perso, si massaggia il collo. «Non ci entro nel lago, l’ho detto e lo ripeto. Non puoi farci nulla.» ribadisce con fierezza. È sincera. Non indosserebbe mai un costume da bagno, scoprendo la schiena, ma non farebbe il bagno vestita e truccata. Resta silenziosa, scruta il cielo, sente le gocce tempestare le foglie, l’acqua. «Rientriamo?» chiede all’Osservatore. Se rimangono per molto, conviene avere il doccia schiuma. Si raddrizza, si avvicina alla panchina per recuperare la borsetta. 
Wlfred rischia di cadere, ingoia un'imprecazione ma la risata di Enid è adorabile. La pioggia non ha più occhiali da colpire. «Devo trovare un bravo oculista.» dice alla compagna, resosi conto di quanto siano affaticati gli occhi: «Non riesco quasi a leggere.» sbotta. In settimana, cercherà qualcuno che lo visiti, gli prescriva le nuove lenti, al momento, strofina i palmi delle mani tra loro. «Sto bene.» risponde senza indugio. Volge l'attenzione al lago, ma quando Enid si accosta di nuovo, anche se è perfettamente consapevole di aver bruciato le sue carte migliori, di essere stanco, di non essere veloce quanto lei, decide di provare. Non è competitivo o forse lo è in maniera alquanto singolare. Allunga il braccio destro per stringere il polso sinistro di Enid, l'arto sinistro cingerebbe la vita per darle una spinta sufficiente a farla andare oltre la riva. Finirebbe seduta in tre centimetri d'acqua, poi spetterebbe a lui, tramutare il primo contatto in un bagno.
Enid persuasa di essersi salvata, di aver posto fine allo scherzo, abbozza uno sbadiglio. «Cerchiamo sull’elenco del telefono, prendi un appuntamento appena è possibile e avrai risolto la situazione.»  ribatte con la sua voce quieta, gentile. Non si aspetta di essere afferrata rudemente, trascinata a viva forza sino al lago, non più. Tenta di bloccarsi, ma scivola sull’erba, prova a divincolarsi ma stavolta, Wilfred ha una presa d’acciaio, usa il braccio libero per scansarlo, fallisce. Nel preciso istante in cui la spinta dell’uomo viene a mancare, Enid si trova sbilanciata, dondola con l’acqua alla caviglia, capitola sul letto del lago di sedere, impatto doloroso ma non mortale. «Sai essere uno stronzo, Wilfred George Mott!» ringhia, l’acqua gonfia la gonna blu, lei sembra essersi seduta di sua spontanea volontà a cinque centimetri dalla riva. «Piove.» ricorda con severità. «E non è propriamente tiepida.» aggiunge. Parte dello sdegno nervoso è una recita, ma parte è reale, perché non aveva alcuna voglia di fare quell’esperienza. Sospira, alla fine, placandosi del tutto.
Wilfred può dirsi soddisfatto, sorride trionfante a Enid. «Mi rende sexy.» afferma con un certo brio. Si avvicina in fretta, sfila solamente scarpe e calzini. «Torniamo in auto, nessuno ci vedrà.» la rassicura, andandole accanto. L'acqua non è del tepore adatto a un bagno profumato, però a lui sembra bastare. «Facciamo due passi in acqua, poi andiamo.» dice avanzando nel lago, sente i piedi toccare la sabbia, le alghe. «Soltanto per... Fare qualcosa di... Divertente.» si gira. È una richiesta, alla fine non le sta domandando di buttarsi da un grattacielo di sedici piani, non essendo uscita subito, ha buone possibilità che acconsenta e quella piccola infrazione alla normalità, alle loro passeggiate, alle loro serate, sarà stata più utile di quanto Enid possa immaginare.

venerdì 14 agosto 2015

Thinking Of You

I'm thinking of you
Wonder where you are tonight
I wish that I could hold you tight
I'm thinking of you
Wish you could stay
But you're so far away
So far away.

Non so come avremmo raggiunto Londra, senza l'aiuto di Samuel. È entrata con l'imbarazzo di un ragazzino, mi ha rifilato del cibo e prima di uscire, si è voltato e ha compreso: eravamo imprigionati nelle nostre fragilità, immagino che abbia veduto centinaia di persone come noi, incapaci di reagire con la necessaria lucidità, nonostante avesse litigato con Wilfred, gli ha offerto un aiuto che io non sapevo fornire e non perché Wilfred si sarebbe rifiutato di picchiarmi.

«Quando si è come il tuo amato e si è così arrabbiati, bisogna sfogarsi e sfogarsi fino a non capire più nulla, o sbaglio? È per questo che hai tirato quel pugno prima, perché hai talmente frenesia dentro che non sai come tirarla fuori.»

Peter era un amico, un ricordo dolce e piacevole, la sua voce bassa accarezzava gli schiamazzi del pub, quando si accorse che la presenza di altre ragazze con suo fratello mi feriva cominciò a distrarmi con la sua conversazione brillante, con la sua ironia sottile, con la sua sensibilità delicata. 
Quando morì papà, Peter trovò il tempo di passeggiare con me al parco e di ascoltare discorsi che giravano a vuoto sull'uomo che avevo perduto, lasciava pochi consigli perché sapeva non era il momento di elargirli.
Una sera, eravamo rimasti su una panchina nei giardini francesi di Hyde Park, dietro di noi, c'era chi si godeva il fresco sulle sdraio, io ascoltavo lo scrosciare dell'acqua nella vasca, le ninfee scivolavano piano da un bordo all'altro della fontana. Non avevo niente da dire, come Wilfred, Peter sapeva rispettare i miei silenzi.


Mi voltai, d'un tratto per sorridergli, per rassicurarlo che stessi bene, lui si accostò ed accettai il suo tocco gentile sulla testa, un gesto di affetto, in fondo, anche suo fratello mi aveva abbracciata e lasciata piangere sulla sua spalla, ma Peter non desiderava soltanto quello. 
Tentò di baciarmi, posai una mano sul suo petto, mi accorsi di quanto il battito fosse accelerato, si scostò in fretta.
Ha chiesto perdono talmente tante volte da farmi credere si fosse incantato, come i vinili della mamma. Lo rassicurai: non era successo niente di riprovevole, era stata l'atmosfera, la tensione nervosa, la mia scarsa comunicabilità.
Peter scosse la testa, non disse altro, si scusò altre cinque o sei volte, sino a quando non gli domandai di rientrare.
Era attratto da me?
Può darsi, forse soltanto per una sera, forse solamente per il mio dolore.
«Non si possono salvare tutti Wilfred, nemmeno volendo. Non avresti potuto qui, da Sunnydale, non avresti potuto se fossi stato lì, perché purtroppo le persone quando si mettono su una determinata strada, al primo passo sono segnate.»
Non so cosa sia successo, era felice con Serena, nei suoi occhi c'era una luce nuova, ci salutammo come amici, restammo in contatto come amici, l'affetto era sincero, limpido, mi mandava foto di Serena in cucina, gli spedivo immagini dei libri acquistati sulle bancarelle. Peter mi spronava a cercare un lavoro 'alla mia altezza', come fossi un'intelligenza rara o una donna dalla cultura sconfinata, mi diceva che aggiustando il tiro a certe mie quest, avrei ricavato buoni romanzi, io gli ripetevo di non avere costanza.
«Serena è un editor.» chiamava la sua compagna su Skype: «Daresti un'occhiata?»
Serena annuiva: «Mandami tutto, allegato in una email. Concedimi tre mesi.» rispondeva con la sua spontanea allegria: «E fra dieci anni, la Rowling avrà una degna pari. Non quelle disgraziate senza buon gusto che parlano di Vampiri luminosi e di donne sottomesse!» esclamava vivace.
Seppi da Wilfred che si erano lasciati, anzi che Peter aveva congedato Serena, tra un'assenza e l'altra dal posto di lavoro.
Wilfred cercava Peter, Sandrine cercava Peter, persino Paul lo cercava, lui si ritraeva, gli ho mandato un paio di email da Boston, per fargli sapere che ero sempre sua amica, che ero a disposizione, se non voleva parlare con la famiglia... Quando ha imboccato la strada sbagliata?
Lui era altruista, aveva a cuore gli altri, aveva sogni e progetti da realizzare, quando ha gettato tutto per ascoltare un bisbiglio nelle tenebre?

«Vivi una vita difficile, cose che per altri sembrano facili per te sono sfide. Entrare in un ambiente sconosciuto, girare in macchina, sono missioni non da poco, perché potresti trovarti di fronte ad uno spirito nella fase di negazione della sua morte.  O addirittura uno incazzato che ti si lancia addosso perché puoi vederlo. Io so come ci si sente, ho provato a dirtelo, sbagliando i modi, ma io che vuol dire sentirsi fenomeni da baraccone per quello che si è costretti a vedere. Ti ho mostrato cosa vedo ogni giorno, come vivo e guardarmi anche ora, mi ha rotto la mascella e la tibia e non sento quasi nulla.»

Peter è forse rimasto all'ombra di tutto questo, ho il suo diario, non sono certa di volerlo, di poterlo leggere, l'ho preso per evitare che Wilfred o Sandrine lo trovassero. Lo terrò in un cassetto, forse il mio fardello sarà custodirlo, non scoprire chi era il mio caro, dolce amico.
Ho passato intere notti a consolare Wilfred, persino nel sonno, accarezzandogli i capelli mentre aveva un incubo, tenendolo stretto quando sembra vacillare. 
Serena avrebbe fatto lo stesso con Peter, ovviamente, forse lui non l'amava più e non era uomo capace di mentire...
Lasciar andare qualcuno è difficile, esigiamo delle risposte, vogliamo che ci sia un conforto, un addio, raramente succede.
Io l'ho provato con papà, nessuno dovrebbe passarci e più o meno tutti attraversano questa strada. 
La morte lascia un vuoto, uno spazio nero nell'anima, un baratro dove escono le nostre paure, abbiamo tutti uno spazio oscuro dentro di noi, tutto ciò che possiamo fare è imparare a conviverci.

I know someday
I'll hold you again
You and me together again
But untill that day
I'm thinking of you.

giovedì 13 agosto 2015

sabato 8 agosto 2015

Fools Rush In

Fools rush in
Where angels fear to tread
And so i come to you my love
My heart above my head
Though i see
The danger there
If there's a chance for me
Then i don't care

Cerchiamo di non sembrare due cretini, Wil.
Appunto.

Fools rush in
Where wise men never go
But wise men never fall in love
So how are they to know
When we met
I felt my life begin
So open up your heart and let
This fool rush in

giovedì 6 agosto 2015

Cosmic Love

The stars, the moon, they have all been blown out
You left me in the dark
No dawn, no day, I’m always in this twilight
In the shadow of your heart.

Wilfred ha gironzolato per il Campus con Enid, sperando di non destare sospetti, il suo unico scopo è stato tenere d’occhio Clementine Murphy, senza presentarsi almeno sinora. È seduto ai tavolini esterni del bar interno, funge da mensa e ha un vasto assortimento di cibo, bevande e posti a sedere, la sedia ha sottili braccioli e uno schienale di legno bianco, come bianco e rettangolare è il tavolino. Ha inforcato gli occhiali, la sua camicia a scacchi più elegante (?)che combina bianco e blu, jeans dal lavaggio scuro, scarpe marroni con la suola a carrarmato. È sotto un tendone, in caso di rovesci resterà asciutto. Aspetta che la ragazza ritorni dal bagno, l’espressione del volto è seria ma rilassata da un lungo sonno, da una giornata di calma. «Perché mi ha mancato di rispetto, Enid.» sbotta, quando la vede accomodarsi, senza preamboli, senza spiegazioni, la voce ha un tono infastidito, ma non aspro con lei.
Enid non gradisce il tuffo in quel passato, ma tutto sopporta per amore. Ha messo dei jeans scuri, aderenti, una maglietta a righe orizzontali blu e bianchi, perché c'è armonia di coppia e ha con sé un cardigan di cotone, in caso di fredde raffiche di vento. Nel suo vassoio ha messo: una lattina di tea freddo, una bottiglia di acqua naturale, un brownie, un pacchetto di patatine fritte. Ha i capelli sciolti sulla schiena, sono castani con caldi riflessi color miele, al collo ha la collana regalatale da Wilfred, nessun altro gioiello, la borsa di paglia è molto estiva e capiente. «Se solo ti sentissi: parli come Tony Soprano.» replica con leggerezza, lei non sembra veemente di furia, è rilassata, pacifica, parla con la sua consueta gentilezza, il tono quieto e il timbro sottile. «Avresti potuto dirgli: hai ragione, però avere il vocabolario di Sipowicz in NYPD Blue non dà forza alle opinioni, ti fa solo sembrare un rapper moralista. Per giunta, Bianco.» fa una specie di smorfia, infila la cannuccia nella lattina. «Perciò, okay. La penso più o meno così e la prossima volta, evita la lezione di turpiloquio, non ne ho bisogno. O roba simile.» continua con un sospiro che le fa sollevare e abbassare il torace. «Avete mandato tutto all'aria per una questione di... Incomprensione reciproca volontaria.» affonda le dita tra i capelli, sorridendogli. «Passerà.» serafica, a suo modo, rassegnata.
Wilfred ha preso una bottiglia di birra e gli basta. Non commenta per svariati minuti, come dovesse smaltire la rabbia, in effetti è proprio così e di replicare non ha voglia. «Si è comportato da stronzo. Scusami, se credo sia uno stronzo.» è il succinto commento, fa un verso nasale di impazienza: «Ha spalancato le porte del mondo dei morti, perché lui poteva farlo. Mi ha raccontato la sua lacrimevole epopea, neppure fosse un testo scolastico. Lui poteva rifiutare il patto, come era in grado di farlo Anita. Non sono sulla Terra per qualche scopo più nobile del pararsi il culo o volere la testa di qualcuno.» dice con voce sprezzante, lo sguardo è sulla vetrata, dentro ci sono alcuni studenti che chiacchierano, studiano, mangiano. «Non sono santi e non lo sono neppure io. Siamo diversi e diversi resteremo. Io non voglio sentire la sua maledetta voce, guardare la sua faccia da culo, vederlo per strada o avere vicino qualcuno che mi ricorda quello stronzo fottuto che mi ha umiliato davanti ad Anita, che non sapeva un cazzo e si è pure fatto beffe di James.» alza la voce, la birra lo fa stare zitto. Sospira. «Perdonami.» allunga la mano sinistra per accarezzare quella di Enid. «Non voglio che pesi su di te.» addolcisce subito sguardo, espressione, tono.
Enid sposta il pacchetto di patatine fritte verso di lui, perché non beva a stomaco vuoto. «Sarà uno stronzo, non ti ho mai detto di considerarlo un modello di comportamento.» smussa un po' gli angoli, sono aguzzi come lame e non lo sentiva così arrabbiato con un individuo da anni, stringe la mano in risposta, piegando il volto per fissarlo in volto. «Lui è stato ingiusto, tu non esserlo. Sei una brava persona, Wilfred. I Traghettatori non sono gli Uprooted, non puoi pensare che Samuel sia buono o gentile come Marlene. I Traghettatori non sono Streghe, non hanno alcun interesse nella Natura. Il loro compito è portare le anime via. Abbiamo notato che è un compito utile, considerato che quelli che sfuggono diventano spine nel fianco, perciò non aspettarti altro da loro. Sono praticamente morti, che provino delle sensazioni è già bizzarro, non fare troppo conto sulla loro lealtà. Hanno stretto un patto utilitaristico con Caronte, Samuel stesso ti ha detto che cadono con facilità. Prendili per ciò che sono, Traghettatori dei morti.» ispira ed espira. «Pesa su di me, ieri notte è servita l'aura di James a calmarti. Non ti saresti addormentato altrimenti e voglio pesi su di me, perché stiamo insieme. Se fosse accaduto qualcosa a me, so che sarebbe andato a incidere su di te. Non ti preoccupare.» lo rassicura con dolcezza.
Wilfred è preoccupato, invece e non poco. Allunga le gambe sotto al tavolino, snobba il sacchetto per restare con la birra in mano. «La storia della superiorità non attacca con me.» taglia corto, il tono asciutto. Non desidera andare avanti. Tira un sorriso che pare una smorfia. «Devo imparare il rituale. Non sarà una passeggiata e Aidan non ha ancora risposto. Ho intravisto appena la Suprema, Aurora ma non mi ha ispirato fiducia, perché James non ne ha in lei. È vicina al Maestro, un Vampiro sanguinario. Dà corda a quella cretina che è innamorata di lui, perché ha letto dei Vampiri luminosi e non saprei… Le alte sfere tendono a credere che noi plebei fungiamo da ambasciatori.» prosegue a spiegare, senza il livore di prima, ma non fa sconti a nessuno. «Questo rituale è opera di mio nonno. L’Arcangelo Michele ha dettato l’invocazione a lui, un Umano perciò la storia sarà chiusa da un Umano, un Mott. Noi abbiamo attirato Awentia nella nostra vita e saremo noi a levarla di torno.» sospira, appoggia la bottiglia al tavolo, la mano libera va a spingere indietro i capelli. «Non mi lascerò mettere sotto. Non mi importa chi sia. Ho un dovere e sono onorato di portarlo a termine.» termina convinto. «Dovremmo fare una vacanza, quando sarà finita questa storia. Andremo a casa. Andremo ovunque vorrai.» cerca di sollevare la mano che stringe per portarla alle labbra, un bacio sulle nocche chiuse attorno alle proprie.
Enid sa quando è saggio non insistere. Alza il capo. «Il rituale è stato scritto per te. Se la Suprema non è una cretina, lo comprenderà.» quando sente il suo bacio, si sporge un poco. «Andremo ovunque.» dice sottovoce, una risata sommessa: «Parigi, Roma, Firenze, Madrid, Barcellona, New York. Ovunque.» sembra genuinamente entusiasta ed altrettanto sicura. Si ritrae. «Ovunque sia con te sarà uno splendido luogo da visitare.» conclude. Lei è seriamente e sinceramente felice, averlo accanto è la realizzazione di un sogno, nascosto per anni. Sono sufficienti una manciata di ore in sua compagnia, a spazzare le nubi all'orizzonte, non se ne capacità, non desidera che cambi. «Mi spiace che...» sta per proseguire, ma la suoneria del cellulare si impone, sovrastando la sua voce.  «Lo zio Ethan.»  solleva l'aggeggio, come a scusarsi. «Lo saluto in fretta e torno da te.» spinge la sedia indietro, si alza in piedi per cercare un angolo tranquillo, prima si china a baciarlo, un bacio lieve, veloce, accompagnato da un sorriso.
Enid Kingstone è intenta a chiacchierare con lo zio, non può vedere o sentire quanto avviene nei pressi del tavolo: in un attimo, un tempo sufficiente a sbattere le ciglia, davanti a Wilfred appare una giovane donna non molto alta dai lineamenti asiatici, ha i lunghi capelli scuri sciolti sulla schiena, alcune ciocche sono trattenute alla nuca da un dragone dorato aggrovigliato su se stesso, mentre il corpo è coperto da un'armatura in cuoio nero con rifiniture rosse, vi sono placche metalliche sul busto, sulla schiena e sulle cosce, porta ben due armi, una katana e una wakizashi, esattamente come era d'uso tra i samurai. «Onorata di conoscerti, Wilfred Mott.» si produce in un inchino formale, il suo inglese è incerto, l'accento giapponese è molto forte, alza il viso per sorridere. È giovane, un'anima giusta e persino gentile, a suo modo. «Sono Katsumi Nomura, un tempo, fui la Cacciatrice.» si presenta: «Mi duole arrivare così ma ho importanti novità: il licantropo Bastian McCoy, sangue dell'Arcano ha ucciso Ashelia. Rischiando la sua stessa vita. La sua vittoria è inaspettata, quasi insperata ma sappiate che i vostri nemici non staranno a guardare.» dice con solennità: «Conosco George Mott, lui ha dato uno scopo a questo mio errare. Mi ha detto che restare vicino a coloro che amo è il solo modo di esistere, già l'avevo sentito in vita, dal mio Sensei. Io ho amato l'Umanità, non ho mai maledetto la Profezia, essere una Cacciatrice è stato un onore, non ha mai soffocato i miei sentimenti.» soggiunge. «Tu hai un dono, stai accanto a coloro che ami, non lasciarti corrompere dall'aridità, dalla sofferenza, continua ad amare, come ha fatto tuo nonno e sarai sempre l'anima giusta che risplende fra le altre opache, ai nostri occhi.» ha un tono dolce, anche se pare abituata a ben altro. «Vieni alle grotte. Ho un dono da consegnarti.» termina, fa un inchino: «Ci rivedremo, abbi cura di te.» lo saluta in maniera quasi informale, come se lo conoscesse e in un respiro, Katsumi è svanita, così come è apparsa. 

Wilfred beve un sorso di birra e Katsumi decide di fare le veci della CNN. China la testa rispettoso, perché ha avuto un flirt con una ragazza giapponese e ha imparato alcune cose, anche sulla loro cultura, quindi le sorride di riamando, senza avere tempo per le domande. George Mott conosce più persone del buon Giulio Andreotti, la maggior parte sono splendide ragazze e lui ricorda l’immagine paciosa di un signore anziano, distinto, che metteva giunchiglie fresche sulla tomba della moglie. Ashelia è stata uccisa, potrebbe baciare appassionatamente Bastian per il servigio reso, non lo dice perché lui è fedele a Enid anima e corpo. «Io sono vicino a chi amo. Né chiedo altro per poter vivere.» afferma con voce ferma, profonda. È saggio dirlo con due Spiriti vendicativi a briglia sciolta. «Starò attento.» parla succintamente, anche perché non tutti avranno notato la Cacciatrice. L’invito è interessante. «Verrò, appena mi sarà possibile.» assicura con un sorriso sincero. «Onorato di averti conosciuta e spero a un nuovo incontro.» abbassa lo sguardo, capisce che è tempo di svuotare la bottiglia.
Enid ritorna, sorridente, ignara e ansiosa di proseguire la chiacchierata. «Lo zio ti saluta.» cinguetta vezzosa, si sporge per un bacio sullo zigomo. Torna a sedersi, la voce rimane un suono delicato, amorevole. «Bevi a stomaco vuoto, spesso lo fai sino a ubriacarti.» rileva con un'ombra di apprensione: «Non ne hai bisogno, Wilfred. Parlami, sfogati ma non restare aggrappato a qualcosa di sterile come l'alcol.» non sta dicendo che sia un alcolizzato, neppure lo pensa. «Mi spiace, hai passato dei giorni molto difficili, hanno inciso su di te. Volevi buttare fuori la rabbia, confidarti, penso che dietro quelle parole, lo stesse facendo anche Samuel. Ti ha parlato di sé, non credo sia facile descrivere la propria condizione, almeno credo lo sia perché io non riuscirei a essere così diretta.» aggrotta la fronte, sorseggia il tea freddo. Si siede, che sia appena passato un fantasma, non se ne accorge. «Voleva che sapessi come stavano loro, ma dentro ti mostrava come stava lui, Samuel. Cosa provava, cosa sentiva e forse, non lo fa spesso e non ha piacere nel mostrare qualcosa di sé piuttosto intimo.» si stringe nelle spalle. «Non è semplice parlare di cosa ti fa male, ti fa sentire a disagio. Non è facile parlare del proprio dolore. A conti fatti, di Samuel, ora... Tu ne sai un sacco, ti manca solamente il numero di scarpe.» afferma con uno sbuffo, una risata a sdrammatizzare il monologo: «Se lui è arrivato sin lì, se tu sei arrivato sin lì significa qualcosa, non penso che sia odio o disgusto. Forse, avreste dovuto sforzarvi entrambi ma non l'avete fatto, perché siete testardi, più di quanto sembri.» allunga la mano libera per cercare di sfiorare il dorso della mancina di Wilfred.
Wilfred non sposta la mano, si umetta le labbra e la spiegazione del prodigio salta, perché Enid senza fargli saltare la mosca al naso, mostra un aspetto della vicenda su cui non aveva riflettuto, forse troppo chiuso nella propria visione dei fatti. «La mancanza di rispetto, quel minimo di civiltà che io esigo da un interlocutore, ha molto valore per me. L’insulto qualifica chi lo pronuncia.» ribatte, posa la birra in un gesto teatrale, unica replica al discorso sul bere. «Paul non aveva il minimo rispetto nel rivolgersi alla mamma, alzava la voce, urlava come un invasato. Ho visto cose molto spiacevoli e le ha viste anche Peter. Io non riesco a sopportarlo.» serra i denti, ne esce un ringhio trattenuto. «Quegli insulti, li avevo sentiti mille volte da bambino, rivolti a me, rivolti a mio fratello, a mio nonno e pure rivolti a mia mamma. L’ho vista scoppiare in lacrime davanti a lui, che la guardava con indifferenza e avrei voluto cavargli gli occhi.» batte la mano libera sul tavolo, nervosamente. «Come puoi trattare così la donna che ami? Umiliarla con le parole, con i gesti e poi restare impassibile, mentre soffre. Che razza di uomo sei?» serra il pugno. Torna con lo sguardo su Enid. «Non si deve trascendere, il rispetto è fondamentale in qualsiasi rapporto. È un tassello senza il quale, la struttura crolla e io non voglio avere nessun legame con qualcuno che ricorda Paul. Che ricorda quel Paul.» ammette, respira a fondo. «Quando era sano, era un uomo timido e gentile.» specifica. Non lo odia o soltanto una parte di lui riesce a detestarlo, non è facile avere un simile bagaglio. «Andiamo via, Enid.» suona come una supplica. È stanco, dopo l’aver parlato di qualcosa di tanto privato ha solo voglia di restare con lei, scordando il passato nel presente.


Enid giocherella con la cannuccia, ascolta senza interrompere, Wilfred non aveva mai parlato apertamente del patrigno, dei periodi bui della sua malattia. «Siamo così fragili, che accettiamo le tenebre per avere la luce.» parole criptiche sul desiderio di amare, di essere amati. Abbassa la testa per qualche secondo. «Non dovremmo, però accade. Non spetta a noi essere severi o magnanimi.» prosegue. Ha esaurito le frasi poeticamente sagge. Ha pure spazzolato via il dolce. «Tu hai ragione, non si dovrebbe trascendere, Samuel ha esagerato con le parole, ha esagerato mostrandoti le tre porte, ma nella sua enfasi c'era qualcosa di buono, di importante da cogliere.» batte sullo stesso punto, con voce conciliante, quieta: «Lascia passare qualche tempo, smaltisci questa situazione con quanto ha comportato.» consiglia con dolcezza: «Se ne avrai l'occasione, prova a rivalutare Samuel in base a quanto a rivelato di sé, ad un uomo che appena conosceva, che era diverso da lui. Può darsi, tu possa trovare uno spunto per vederlo con occhi diversi. Può darsi che non ne valga la pena, ma non precluderti la possibilità.» termina. Ispira ed espira, fa il lavoro della fidanzata, considerato bieco cliché ed invece, mera quotidianità. «I brutti ricordi tornano a galla, come alghe, quando cambia la corrente. Dobbiamo accettarli, respingerli li renderà profondi, come se fossero radici. Sono soltanto un'eco di quello che siamo stati, di cosa ci ha portati sin qui. Portano rabbia, tristezza, frustrazione e si può soltanto guardare, capire che certi avvenimenti cambiano la nostra percezione della realtà, creano solchi nell'anima, nella pelle e non si cancellano, si accolgono perché sono in noi, anzi sono parte di noi.» cerca di stringergli la mano: «Siamo un impasto di oscurità e di luce, di gioia e di dolore, di rabbia e di compassione. Non siamo puri come gli Angeli. Non siamo immondi come i Demoni. Siamo creature fatte di argilla e di aria. Siamo i nostri ricordi, siamo i nostri progetti. Tu hai i tuoi angoli bui, come tutti quanti.» il suo sorriso si fa più aperto. «Andiamo a casa, Wilfred.» acconsente, sente la stanchezza e la voglia di essere in luogo riparato a sua volta. Lo guarda, vorrebbe dirgli che lo ama, però tace, si accosta per baciarlo, prima di prendere la borsetta e raggiungere la macchina.


And knew that somehow I could find my way back
Then I heard your heart beating, you were in the darkness too
So I stayed in the darkness with you

venerdì 24 luglio 2015

Lovin Memory (Our Farewell)

Sweet darling you worry too much, my child
See the sadness in your eyes You are not alone in life
Although you might think that you are.

Marlene poggia il bicchiere sul tavolo e attacca di nuovo la pastarella. Stacca un morso, tanto da riempirsene la bocca . Inghiotte «Io non credo che ti voglia attaccata al sifone della doccia.» fa segno delle virgolette volanti con la mano libera che porta alla bocca per ripulirla dalla cioccolata. «Non mi sembra il tipo.» Anche se l'ha visto solo una volta. «Io credo semplicemente che ti ami, e che lo terrorizzi la sola idea che tu possa finire con l'essere qualche danno collaterale in un qualcosa legato a lui.» poggia il mento nel palmo della mano. «Non ho idea di cosa ti abbia detto, ma vedere gli spettri non è bello, spesso entri in una stanza nuova e vedi un cadavere appeso alle travi del soffitto, molti spiriti sono aggressivi, minacciano, terrorizzano. Tu sei la parte pura della sua vita e credo che semplicemente mantenerti così il più a lungo possibile.» Si porta in bocca un pezzo di brioche e mastica «Anni fa fui maledetta da un demone, ogni volta che chiudevo gli occhi avevo degli incubi terrificanti, e per non addormentarmi mi tiravo coltellate alle gambe o alle mani per farmi male.» Non è il quadro di salute di una persona mentalmente sana, ma in quel periodo non lo era. «Mervin, il mio primo marito, cercava di rimanere il più possibile sveglio , così facevo finta di appisolarmi per farlo riposare. Da sveglio aveva sempre un aria così terribilmente preoccupata, ma quando dormiva...» sospira «Era adorabile.» la voce si colora di tenerezza e nostalgia, lo sguardo si abbassa sul dolce nel suo piatto. «Io penso che Wilfred non voglia arrivare al punto di dover guardarti dormire per vederti serena e spensierata, senza tenere in conto che, tenerti lontano dai suoi guai, non potrà fare altro che far aumentare l'ansia che senti.» Infila in bocca l'ultimo pezzo di brioche, sì, ha il peso forma di un folletto, ma mangia come un bue muschiato australiano (!) «Io ti consiglio di prenderlo a brutto muso e dirgli: ora stiamo insieme, questo significa che stiamo insieme nel bene e nel male, anche se il suddetto male fa paura.»


Enid ascolta senza interromperla, non ha bambini, quindi non vi mette becco. Sorride e abbassa la testa. Mangia un po' il suo dolce. Se vuole dire qualcosa, lo tiene per sé. «Sono contenta che qualcuno non lo veda come un folle esperimento.» ribatte verso Marlene, ride di seguito. «Pensavo legata al termosifone. In realtà, circa la storia di Gabriele non ha detto nulla e sono io che mi chiedo perché abbia seguito il gatto, senza assicurarmi che l'osso ci fosse. Non ho visto Jody, non l'ho sentita, non c'era poi tanto spazio. Può averla nascosta, può aver pensato fosse al sicuro con lui, mentre con gli Spiriti in giro rischiasse molto. Non ne ho idea e alla fine, penso abbia fatto la scelta più saggia per me, per Jody.» si stringe nelle spalle, la faccenda le pesa. Aver lasciato il Messo di Dio inchiodato è qualcosa da Inferno per direttissima, questo pensa e le spiace, tanto da singhiozzare come una bambina, scoperta la verità. «Mervin.» ripete il nome, forse l'ha già sentito. Congiunge le braccia in grembo. «So cosa intendi.» fa una pausa, guardando il tea. «L'ho detto. Mi ha detto che non vuole frenarmi, che cercherà di tenermi al corrente di ciò che può. Wilfred non è possessivo, non potrei sopportarlo. Io sono insofferente. Lui mi lascia i miei spazi, si prende i suoi. Sai già come ci siamo conosciuti, sai non pensavo che uno come lui, restasse alzato sino all'alba per finire una quest. Sai, adesso, sembra meno informale ma all'epoca aveva la barba curata o era rasato del tutto, vestito come andasse a un matrimonio e nulla, pensavo che tutto quello che potesse dirmi fosse 'Un caffè lungo, grazie' e invece... Non è mai stato così.» inclina la testa. «E Mervin. Come l'hai conosciuto?» chiede sottovoce.
Marlene «Non capisco perché qualcuno dovrebbe.» risponde perplessa corrugando la fronte. «Tu sei figa, lui pure...» disegna un cerchio con le due mani: «Coppia perfetta con futuri figli perfetti.» non ha filtri mentali, nulla di nulla. Dice quello che pensa, senza manco rendersene conto o chiedersi se, magari, sta passando il segno. «Credo che alla fine, lo scopriremo solo quando Gabriele sarà libero. Se l'ha trovata , sono certa che lei sia ancora viva.» Non ha il minimo dubbio sulle capacità del fratello, chiamiamolo maggiore. Piega la testa verso una spalla. «Beh le apparenze ingannano, guarda me. Diresti mai che ospito nel mio corpo un angelo?» le chiede ridendo: «Ho come la sensazione che tu ti guardi attraverso delle lenti appannate, Enid.» piega la testolina verso una spalla prima di ficcarsi tutto in bocca un pezzo di brioche. Si succhia le dita, prima di pescare dalla borsetta una salvietta per pulirsi bene le mani. Si ferma, quando la ragazza gli chiede di come ha conosciuto Mervin «In un pub.» risponde «Io ero appena stata mollata dal mio primo fidanzato, uno stronzo che quando gli dissi chi ero se ne andò, lui, da lì a qualche tempo, avrebbe perso la sua fidanzata, una lycan, barbaramente uccisa da un vampiro.» tira un angolo della bocca: «Un incontro voluto dal destino direbbe qualcuno...Io ne sono convinta.» Non le è facile parlare di Mervin, il dolore della perdita è sempre lì, sopito, ma non dimenticato. «Era il primo Uprooted che vedevo, ero stata trovata da un gruppo di Osservatori che ancora non sapevo bene dire cosa mi fosse successo, e prima di andarmene, gli toccai un braccio per assicurarmi che fosse reale. Non mi scorderò mai la sua faccia. Perplessa. Il giorno dopo lo vidi, di colpo, vicino all'altalena dove stavo andando in piedi e per poco non volai a faccia per terra. Due incontri, ed ero innamorata di lui per la vita.» ficca nel posacenere fra loro la salvietta appallottolata e prende il suo bicchiere. «Siamo stati amici per molto, anche se io morivo ogni volta che mi sorrideva, soffriva un lutto terribile e non volevo approfittare di lui e del suo momento di debolezza. Mi dichiarai , infatti, quando mi chiese se pensavo ancora ad Alexander e dopo che gli abbi gridato che lo amavo, con calma, mi disse: Oh anch'io.» Tralascia il fatto che fosse in pigiama in quel momento. «Non era un uomo semplice, non parlava molto, e se si arrabbiava, cazzo...» scrolla la testa: «Però io lo adoravo.» Si passa una mano sulla fronte. «È morto di infarto l'anno scorso., episodi cardiaci li chiamano, i Cooper, da quello che ho capito sono soggetti a morire così di botto.»
Enid muove le dita della sinistra nell'aria. «Non sono un carattere molto aperto, non sono disinvolta. Non sono sempre sorridente, ho bisogno di avere momenti miei. Wilfred è più rilassato, anche se non sembra ma se non lo fosse, non avrebbe metabolizzato questa faccenda con tranquillità. Non ha perso il suo equilibrio, non ha veramente vacillato. Tutti abbiamo momenti difficili nel nostro passato, ne usciamo cambiati.» sposta la mano, l'appoggia al tavolo. «Siamo sempre andati d'accordo, ci comprendevamo ma una relazione è diversa, ci sono giorni in cui sei incazzata, si può litigare, scoprire dei difetti. Non è più un sogno. È la realtà e non è mai soffice. Mia mamma era perplessa, ma lei non sa perché ho rotto col mio ex.» dice e non lo sa neppure Marlene, perché cambia argomento. «Piano. Non siamo ancora preparati per riprodurci come i Gremlins in una piscina.» un'immagine romantica, tenera, affatto nerd. «Penso che non sia il Destino, forse... Dio o qualcuno che ci ama, ci dà la forza per andare dalla parte giusta. Una Lycan.» annuisce, non sono cattivi. Non tutti. Ha imparato bene. Resta silenziosa, la storia la colpisce molto profondamente. «Avrei voluto conoscerlo, essere sua amica.» mormora a bassa voce. Non sa perché, ma quelle poche parole dipingono un uomo amato, generoso, vero. Pensa immediatamente a cosa farebbe se si trovasse col corpo esanime di Wilfred, stringe i denti, non osa parlarne. Sembra scossa. «Mi spiace che sia... Capitato a te, a voi.» farfuglia, sospira. «L'hai incontrato, hai avuto due figli splendidi che hanno il suo cuore, tu hai il suo cuore e lo fai conoscere anche a chi non ha questa fortuna. Vi siete amati. Siete stati felici. Siete una famiglia e nulla può scioglierla, perché è stata creata col cuore. Con l'amore. Tu porti il suo ricordo, questo non lo farà mai svanire.» deglutisce. Respira a fondo. «Mio papà morì di infarto, ma fumava tre pacchetti di sigarette al giorno con la cicca di una, si accendeva l'altra. Era buono, era introverso, era cupo qualche volta, neppure mia mamma arrivò sino all'origine della sua oscurità. È morto di sera, un attimo e io ero senza di lui. Tutto quello che volevo dire, non l'avrebbe sentito. Ho chiamato subito Wilfred. È rimasto con me per giorni. Giorni che non ricordo, solo lacrime, caldo soffocante... Mangiavo? Bevevo? Non ne ho idea. L'avevo perso, senza capirlo. L'avevo perso e lo volevo indietro.» porta la mano alla fronte. «Okay. Non è lo stesso. Scusa.» bofonchia. Un miscuglio di dolore, nostalgia, rabbia che esplode nel cuore.

Never thought
This day would come so soon
We had no time to say goodbye
How can the world just carry on?

Marlene non chiede. Nonostante arrotondi le sopracciglia quando Enid accenna al suo ex, rimane in silenzio senza infilare il suo delicato nasino in faccende che non la riguardano. Finisce il suo tea e fa scivolare in bocca un pezzetto di ghiaccio «Mai sentito parlare che gli opposti si attraggono?» le chiede «No, è vero, eh.» Alza un ditino: «Avere a che fare con qualcuno perfettamente uguale a te sulla carta sembra fantastico. Nessuna discussione, tutto che scorre liscio, in pratica due palle.» Si appoggia allo schienale della seggiola , le braccia lungo ai poggioli «In una coppia si cerca nell'altro le qualità che non si hanno, io sono...» agita una mano all'aria: «James ha tutte le qualità che io non ho e che mi piacerebbe avere.» Alza le spalle: «Magari lui è più spigliato, più aperto con gli altri, ma gli piacerebbe essere riflessivo come te e non buttarsi subito di testa nelle cose.» Si appoggia il viso nel palmo della mano: «Ti sarebbe piaciuto e a lui saresti piaciuta.» mormora. Sistema la gonna sul ginocchio. «Non credo che riuscirà mai ad entrare nell'ottica di rendere semplicemente grazie per averlo avuto nella mia vita. C'è una parte di me, una considerevole parte di me, che è arrabbiata per quello che è successo e, probabilmente lo sarà per tutta la vita.» Inspira profondamente: «Il primo vero desiderio della mia vita è poter stare con lui per sempre...Non si è avverato.» In fondo, per quanto Azrael sia forte in lei, rimane per sempre un essere umano. Si umetta le labbra, lasciando la punta della lingua per un momento a premere sul labbro superiore: «Non dico però di essere stata una persona sfortunata, ho perso molto nella mia vita, ma in qualche modo, questa ha girato e io mi sono ritrovata ad avere colmato il vuoto che c'era. Ho perso Mervin, è arrivato James, è stato un miracolo quotidiano. Uno di quelli che il Padre regala ai suoi figli e che , questi, difficilmente riconoscono.» Ascolta la storia di Enid in silenzio e quando questa si scusa, la bocca alzando una mano «No.» appoggia di nuovo la mano sul bracciolo della poltrona. «Il padre è il primo amore, no, non nel senso freudiano del termine.» ride: «Intento che iniziamo ad amare i nostri genitori per prima cosa, è il primo affetto, il primo legame, la prima traccia che fa di noi quello che siamo. Un silenzio può valere un insegnamento quando sei un bambino e persino un padre che non parla molto, può essere una fonte di insegnamento continua.» Cambia posizione delle gambe sotto la seggiola, spostando lievemente il peso del corpo da una chiappa all'altra: «Però, anche nel tuo caso c'è stato un rovescio della medaglia. Se da una parte non c'erano più i passi di tuo padre da seguire, c'era il braccio di Wilfred a cui aggrapparti. Un amore per un amore, sembra infantile a dirlo, ma ho imparato che, non c'è nulla di più bello che onorare l'amore che qualcuno ci ha dato, non perdendo la capacità di provare affetto, ma riversandolo su qualcuno di altrettanto degno.» L'aura si alza, un discreto benessere che dovrebbe filtrare attraverso il corpo di Enid come una quiete pace dopo la bomba di dolore che l'ha sopraffatta. «E poi...» aggiunge Azrael: «La morte non è altro che solo l'inizio di un'altra vita, una vita diversa, ma pur sempre vita. Nulla è perso, mai, finché è amato.»
Enid tiene il bicchiere sollevato di pochi centimetri. «Non siamo opposti, abbiamo molto in comune nella nostra diversità. Lui ripete di essere paziente, in qualche modo lo è: se vuole qualcosa, non importa quanto tempo impieghi, quante energia spenda ma la ottiene. Non è testardaggine, non l'ho mai visto discutere per questioni futili, in quello è accomodante. Ha questo senso della giustizia che lo porta a indignarsi, a lottare, ad arrabbiarsi. L'ho anche io, ma per lui è un fuoco che travolge. Io cerco di essere meno istintiva. Lui sarebbe rimasto con Gabriele. Lui avrebbe tolto i chiodi, fottendosi le mani... L'avrei fatto io stessa, ma non si sarebbe allontanato. Mai. A costo di tagliare gli alberi e trascinarlo in città. È fatto così e lo ammiro per questo, anche se ho paura che venga sconfitto, che venga ferito.» sospira. Fa spallucce. Lascia passare dei minuti in silenzio. «Io sono stata fortunata: ho avuto due genitori da amare. Ho avuto l'utile e il superfluo. Ho trovato degli amici. Ho trovato un modo per cavarmela. Ho sofferto. Sono stata felice. Ho amato Wilfred senza essere corrisposta, lui lo sapeva, non serviva dirlo, eppure mi ha sorretta come amico, il suo affetto era sincero, mi aiutava ad andare avanti. L'ha fatto in tante occasioni. Non mi ha mai ferita, anche se vedevo come guardava Jenny, anche se faceva male, lui non teneva il manico del coltello che avevo nel cuore. Poi, ritrovarlo e sapere di essere corrisposta, provare qualcosa che ignoravo è stato tutto... Un dono... Un miracolo... Sono fortunata. Potevo avere meno amore.» conclude. Annuisce alla frase di Azrael. «Non è perso. Non lo perderò mai.» dice convinta. Si placa, gradualmente, l'umore ritorna calmo.
I'll watch you through these nights
Rest your head and go to sleep
Because my child, this is not our farewell.
This is not our farewell.