«La morte è una porta
spalancata, quando l'hai oltrepassata, vedrai nuovi orizzonti
stagliarsi davanti a te.»
Non so chi abbia
pronunciato questa frase, io l'ho sognata nei giorni successivi
all'infarto di papà ed era la figura luminosa a parlare, a cercare
di consolarmi, a riuscire a comprendermi meglio di qualsiasi altro
individuo, ho sempre creduto fosse il mio subconscio e lo trovavo
rassicurante.
Adesso, le certezze
vacillano, si sgretolano in pochi minuti, lasciandomi con un Arcano
da consultare.
Wilfred è stato
terribilmente evasivo, più di quanto fossi disposta a tollerare. Ha
incontrato qualcuno che già conosceva: una donna bellissima,
piuttosto distaccata ma non ostile di nome Raissa, una ragazza dai
capelli biondi che si è presentata come Beatrix e un uomo, Heric
Walker. Non so chi siano, né che rapporti abbiano con Wilfred, però
era lampante che fra loro intercorresse un'intesa dalla quale ero
esclusa.
Ho lottato contro la
paura, non ho ceduto al panico anche mentre sentivo le gambe
diventare pesanti o vedevo quella povera gente scivolare nella
voragine, non ho mai gridato, ho cercato di ragionare con lucidità.
La creatura era
mostruosa, soprattutto perché aveva le fattezze di una bimba, era
osceno guardare l'immagine della purezza insozzata da un male oscuro,
che scivolava nelle ossa sotto forma di gelo, che era in grado di
bloccare persino i movimenti dell'acqua e di svanire, come nulla
fosse per possedere un ragazzo fra i tanti, per muoverlo come un
burattino dalle labbra cucite.
Ho sostenuto la visione
per pochi secondi, tremando, l'essere mi ha definita 'agnellino',
come fossi una creatura delicata, in balia degli eventi ed aveva
ragione.
Sono rimasta a rigirare
la carta dei Tarocchi fra le dita, udivo appena i discorsi di Wilfred
e degli altri, non saprei ricordare una sillaba, tranne che tutti si
sono accertati che stessi bene, quasi fossi un belante agnello
scampato al sacrificio.
«Mi spiace, Enid.» ha
mormorato Wilfred, guardando la strada avanti a sé: «Non vorrei
esporti a certe cose.»
Sono rimasta silenziosa,
sarebbe stato facile metterlo in difficoltà, ma non lo desideravo:
«Clarice Cooper è morta, però l'ho vista benissimo, abbiamo
parlato. È un fantasma, non puoi negarne l'esistenza, perché ha
fatto tanto per noi.» ho fatto notare con un sospiro: «Esistono esseri
che io non conosco. Vivono in qualche maniera, si muovono attorno a
me. Non ho gli strumenti per catalogarli, ciò non toglie che siano
irreali. Se fossero tutti come Clarice Cooper, non avrei paura.» ho
sorriso tristemente.
«Già.» ha replicato
lui: «Se fossero come Clarice, nessuno avrebbe da temere.» si è
voltato a fissarmi, voleva andare oltre, si è trattenuto a stento.
Conosco, ormai, i movimenti impercettibili delle sue labbra, lo
sguardo che si adombra nel dubbio. «Ne esistono di altri. Non
dovrebbero essere attorno a te, o meglio tu non dovresti essere una
loro vittima. Dovresti poter vivere in pace.» era assurdamente
alterato, come se dipendesse dalla sua volontà.
«Dovremmo vivere in pace
tutti.» ho ribattuto: «La Terra è popolata di brave persone e di
cattive persone, può succedere che una brava persona soffra per le
azioni malvagie di un'altra. È così dall'alba dei tempi, Wilfred,
non puoi fare molto per proteggermi dal mondo.» ho abbassato la
testa: «Ma apprezzo il tentativo.» ho concluso.
Non ha ripreso
l'argomento, siamo arrivati davanti alla mia casa e lui ha insistito
per entrare, anzi per varcare la soglia prima di me, trovandosi con
le zampe di Gitel sull'ustione.
«Puoi restare.» ho
proposto, francamente non ero dell'umore per essere maliziosa, per
alludere a un contatto più intimo fra noi.
Ha borbottato alcune
parole sconclusionate, si è arreso senza fare resistenza.
Ho preparato del tea, mentre lui era a rinfrescarsi, ho pensato a quanto fosse rassicurante la prospettiva di averlo vicino, quanto mi piacesse essere considerata importante da lui, poi ho rivisto la carta e mi sono chiesta se potevo essere qualcosa di più dell'amica da proteggere, della delicata creatura da preservare.
Ho preparato del tea, mentre lui era a rinfrescarsi, ho pensato a quanto fosse rassicurante la prospettiva di averlo vicino, quanto mi piacesse essere considerata importante da lui, poi ho rivisto la carta e mi sono chiesta se potevo essere qualcosa di più dell'amica da proteggere, della delicata creatura da preservare.
Non avrei mai creduto che
arrivasse a farsi la doccia in casa mia, ne è uscito con una
maglietta a maniche corte, i jeans, i piedi scalzi ed i capelli
fradici.
«Perdonami, spero di non
averti dato troppo fastidio.» ha avuto la sfacciataggine, perché di
quella parliamo, di chiosare con ammirevole imbarazzo simulato: «Ho
ripulito la vasca, piegato gli asciugamani che mi avevi prestato, mi
pare sia tutto in ordine.»
Tranne i miei ormoni,
suppongo che avesse ragione e per un attimo, ho rimpianto il freddo
innaturale delle ore precedenti.
Il bagno, comunque,
sembrava pulito da un'impresa di colf maniache dell'igiene. Ho
sentito appena il suo odore, ma l'ho scacciato con un getto tiepido
sulla testa.
Wilfred Mott, moderno
cavaliere, si è sistemato sul divano senza chiedere cuscini o
coperte ed io sono andata in camera con Gitel, che forse si chiedeva
perché restassi sdraiata al buio, invece che alzarmi e tentare di...
Sedurlo?
Non ho imparato le regole
del gioco, né possiedo la capacità di rendere 'il mio corpo
un'arma', come sperticava ai quattro venti Emma, anche se non le ho
mai dato peso... Andiamo, questa è la vita vera, non siamo a
Westeros e nessuna di noi è Cersei Lannister, per fortuna!
Ad ogni modo, ho preso un
paio di pastiglie della signora Mason, sono caduta in un sonno
impenetrabile per ore, alla fine, Wilfred è arrivato a svegliarmi
perché intendeva tornare a casa.
Aprire gli occhi e vedere
il suo viso è stato meraviglioso, gli ho sorriso senza riuscire ad
aprir bocca.
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