Enid Grace Kingstone non esiste e così la sua famiglia.
Tutto quello che viene riportato su queste pagine virtuali, quindi, non è realmente successo.
È frutto della fantasia di un gruppo di players che si divertono.
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venerdì 12 giugno 2015

The Little Lamb

«La morte è una porta spalancata, quando l'hai oltrepassata, vedrai nuovi orizzonti stagliarsi davanti a te.»
Non so chi abbia pronunciato questa frase, io l'ho sognata nei giorni successivi all'infarto di papà ed era la figura luminosa a parlare, a cercare di consolarmi, a riuscire a comprendermi meglio di qualsiasi altro individuo, ho sempre creduto fosse il mio subconscio e lo trovavo rassicurante.
Adesso, le certezze vacillano, si sgretolano in pochi minuti, lasciandomi con un Arcano da consultare.
Wilfred è stato terribilmente evasivo, più di quanto fossi disposta a tollerare. Ha incontrato qualcuno che già conosceva: una donna bellissima, piuttosto distaccata ma non ostile di nome Raissa, una ragazza dai capelli biondi che si è presentata come Beatrix e un uomo, Heric Walker. Non so chi siano, né che rapporti abbiano con Wilfred, però era lampante che fra loro intercorresse un'intesa dalla quale ero esclusa.
Ho lottato contro la paura, non ho ceduto al panico anche mentre sentivo le gambe diventare pesanti o vedevo quella povera gente scivolare nella voragine, non ho mai gridato, ho cercato di ragionare con lucidità.
La creatura era mostruosa, soprattutto perché aveva le fattezze di una bimba, era osceno guardare l'immagine della purezza insozzata da un male oscuro, che scivolava nelle ossa sotto forma di gelo, che era in grado di bloccare persino i movimenti dell'acqua e di svanire, come nulla fosse per possedere un ragazzo fra i tanti, per muoverlo come un burattino dalle labbra cucite.
Ho sostenuto la visione per pochi secondi, tremando, l'essere mi ha definita 'agnellino', come fossi una creatura delicata, in balia degli eventi ed aveva ragione.
Sono rimasta a rigirare la carta dei Tarocchi fra le dita, udivo appena i discorsi di Wilfred e degli altri, non saprei ricordare una sillaba, tranne che tutti si sono accertati che stessi bene, quasi fossi un belante agnello scampato al sacrificio.
«Mi spiace, Enid.» ha mormorato Wilfred, guardando la strada avanti a sé: «Non vorrei esporti a certe cose.»
Sono rimasta silenziosa, sarebbe stato facile metterlo in difficoltà, ma non lo desideravo: «Clarice Cooper è morta, però l'ho vista benissimo, abbiamo parlato. È un fantasma, non puoi negarne l'esistenza, perché ha fatto tanto per noi.» ho fatto notare con un sospiro: «Esistono esseri che io non conosco. Vivono in qualche maniera, si muovono attorno a me. Non ho gli strumenti per catalogarli, ciò non toglie che siano irreali. Se fossero tutti come Clarice Cooper, non avrei paura.» ho sorriso tristemente.
«Già.» ha replicato lui: «Se fossero come Clarice, nessuno avrebbe da temere.» si è voltato a fissarmi, voleva andare oltre, si è trattenuto a stento. Conosco, ormai, i movimenti impercettibili delle sue labbra, lo sguardo che si adombra nel dubbio. «Ne esistono di altri. Non dovrebbero essere attorno a te, o meglio tu non dovresti essere una loro vittima. Dovresti poter vivere in pace.» era assurdamente alterato, come se dipendesse dalla sua volontà.
«Dovremmo vivere in pace tutti.» ho ribattuto: «La Terra è popolata di brave persone e di cattive persone, può succedere che una brava persona soffra per le azioni malvagie di un'altra. È così dall'alba dei tempi, Wilfred, non puoi fare molto per proteggermi dal mondo.» ho abbassato la testa: «Ma apprezzo il tentativo.» ho concluso.
Non ha ripreso l'argomento, siamo arrivati davanti alla mia casa e lui ha insistito per entrare, anzi per varcare la soglia prima di me, trovandosi con le zampe di Gitel sull'ustione.
«Puoi restare.» ho proposto, francamente non ero dell'umore per essere maliziosa, per alludere a un contatto più intimo fra noi.
Ha borbottato alcune parole sconclusionate, si è arreso senza fare resistenza.
Ho preparato del tea, mentre lui era a rinfrescarsi, ho pensato a quanto fosse rassicurante la prospettiva di averlo vicino, quanto mi piacesse essere considerata importante da lui, poi ho rivisto la carta e mi sono chiesta se potevo essere qualcosa di più dell'amica da proteggere, della delicata creatura da preservare.
Non avrei mai creduto che arrivasse a farsi la doccia in casa mia, ne è uscito con una maglietta a maniche corte, i jeans, i piedi scalzi ed i capelli fradici.
«Perdonami, spero di non averti dato troppo fastidio.» ha avuto la sfacciataggine, perché di quella parliamo, di chiosare con ammirevole imbarazzo simulato: «Ho ripulito la vasca, piegato gli asciugamani che mi avevi prestato, mi pare sia tutto in ordine.»
Tranne i miei ormoni, suppongo che avesse ragione e per un attimo, ho rimpianto il freddo innaturale delle ore precedenti.
Il bagno, comunque, sembrava pulito da un'impresa di colf maniache dell'igiene. Ho sentito appena il suo odore, ma l'ho scacciato con un getto tiepido sulla testa.
Wilfred Mott, moderno cavaliere, si è sistemato sul divano senza chiedere cuscini o coperte ed io sono andata in camera con Gitel, che forse si chiedeva perché restassi sdraiata al buio, invece che alzarmi e tentare di... Sedurlo?
Non ho imparato le regole del gioco, né possiedo la capacità di rendere 'il mio corpo un'arma', come sperticava ai quattro venti Emma, anche se non le ho mai dato peso... Andiamo, questa è la vita vera, non siamo a Westeros e nessuna di noi è Cersei Lannister, per fortuna!
Ad ogni modo, ho preso un paio di pastiglie della signora Mason, sono caduta in un sonno impenetrabile per ore, alla fine, Wilfred è arrivato a svegliarmi perché intendeva tornare a casa.
Aprire gli occhi e vedere il suo viso è stato meraviglioso, gli ho sorriso senza riuscire ad aprir bocca.

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