Enid Grace Kingstone non esiste e così la sua famiglia.
Tutto quello che viene riportato su queste pagine virtuali, quindi, non è realmente successo.
È frutto della fantasia di un gruppo di players che si divertono.
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martedì 23 giugno 2015

All this and heaven too

And the heart is hard to translate
It has a language of its own
It talks in tongues and quiet sighs,
And prayers and proclamations
In the grand days of great men and the smallest of gestures
And short shallow gasps.
Enid ha imparato, sulla propria pelle, a non rischiare, non sarà una serata sul balcone con la paura di correre in casa per un rovescio improvviso di pioggia. Ha sistemato il soggiorno, sul basso tavolino ha appoggiato una torta gelato, comprata in pasticceria, piatti, bicchieri e posate, lo schermo televisivo è spento, lo rimarrà a lungo considerando gli ultimi avvenimenti, riflette come uno specchio scuro i movimenti della ragazza fra i due divani dai colori neutri, ravvivati da coperte di cotone variopinte, la porta finestra che immette nel giardino della villetta bi-famigliare, l'ampia vetrata sulla sinistra, i mobili in legno chiaro, limitati a una piccola scrivania, alcune sedie, un mobile per la TV, il lettore DVD e lo stereo ed infine, una scaffalatura a ridosso del divano, dove sono sistemati alcuni libri, un bonsai e un'altra tovaglia dai colori vivaci, che si affaccia sull'ingresso. Enid ha raccolto i capelli castani in una coda, sul collo spiccano i lividi in via du guarigione, bluastri con venature gialle; il volto dai lineamenti delicati fa spiccare gli occhi verdi come il mare dallo sguardo profondo, espressivo e le labbra rosate, indossa un pigiama estivo, perché ormai conosce Wilfred, non avrebbe senso imbellettarsi per aprirgli la porta con mosse seducenti, riuscirebbe soltanto a farlo allontanare o peggio, scoppiare a ridere, perciò è comoda con un paio di infradito bianche ai piedi, le gambe nude da sopra le ginocchia arrossate dagli ematomi, la parte inferiore del pigiama è composta da pantaloncini corti con piccoli gufi neri dagli occhi gialli stampati, lo stesso motivo riportato sulla parte superiore, una semplice maglietta bianca a maniche corte. Arrivata alla porta, darebbe un rapido sguardo allo specchio, prima di aprire.
Wilfred suona il campanello per accedere alla casa, si è guardato le spalle per tutto il tragitto e non ha notato niente di allarmante, sa di essere seguito dagli Uprooted e dai Mannari ed è consapevoli che lo stesso valga per Enid, non è questo a turbarlo, non sono loro a costituire dei pericoli. Incassa i colpi, le tragedie dell’esistenza con cristiana rassegnazione: è la strada che ha scelto di percorrere, non vuole e non può tornare indietro, chiudere gli occhi sulla verità, la sua unica ritrosia riguarda gli innocenti coinvolti nella sarabanda di Sunnydale, specie quelli che getta lui nell’arena. Rimane in attesa, non si aspetta che ad aprire sia una donna fatale, non lo gradirebbe affatto, scorgere il sorriso di Enid è un sollievo che scioglie l’ansia della giornata, non può che risponderle con gli angoli della bocca che si sollevano, con gli occhi che ricambiano la contentezza, passa la mano sinistra fra i capelli castani, sono cortissimi riccioli che si annodano attorno alle dita, inclina il collo. «Ciao.» dice con voce profonda, sfumata a una dolcezza spontanea, rara con alti. Gli occhi azzurri hanno una tonalità scura, simile al grigio. È divertito da quella buffa stampa, dal gufo dai grandi occhi gialli. Lui ha un abbigliamento meno casalingo: pantaloni di tessuto leggero color petrolio, camicia bianca dal colletto sbottonato, scarpe nere robuste, un giaccone verde militare ed un paio di occhiali sul naso. È un uomo, non un ragazzo, la maturità si legge nello sguardo, nei movimenti fluidi, un’ombra di barba percorre la linea della mandibola, circonda la bocca senza nasconderla. «Sei andata alla pista di pattinaggio?» domanda, china lo sguardo sulle gambe per notare i segni delle cadute, appare piuttosto ironico.
Enid arriva alla soglia con Gitel che abbaia con furia tanto da sembrare un molosso da guerra, non appena può raggiungere Wilfred, si placa subitamente per scodinzolare festosa. Enid non ha cercato di zittirla, la donna al piano superiore è un'anziana infermiera, avere un cane da guardia è utile. Non resta sulla soglia a lungo, il tempo di salutarlo: «Ciao.» arretra scrollando le spalle: «Sono caduta, ma ho incontrato un ragazzo simpatico, si chiama Bastian.» gli racconta, la sua voce sottile è sempre gentile: «Lui pure non sapeva pattinare, ma ce la siamo cavata.» conclude. È una parola grossa, lei sarebbe rimasta a bordo della pista sino alla fine dei suoi giorni, non fosse stata spronata dal Lupo Mannaro in umane spoglie. «Entra, ho preso una torta che sembra molto buona.» si sporge per chiudere il battente: «Se non ci spicciamo, finirà tutta nello stomaco di Gitel.» arriccia il naso. Gli indica l'attaccapanni, però Wilfred conosce la casa e non ha bisogno di essere guidato, di essere condotto, ritorna in soggiorno per sincerarsi che il cane non abbia lappato il dolce. «L'altra sera sono stata alla libreria di Marlene.» si volta per guardarlo, sorride. «C'è stata quella tremenda interferenza nei programmi, forse non hai avuto modo di vederla: abbiamo udito la voce di una ragazzina pregare in latino, quasi certamente ha invocato Michele. Per un attimo, un secondo soltanto abbiamo visto Jody in lacrime, poi è tornato tutto come prima.» conclude il resoconto, ha la dovuta, composta serietà. Non siede, si piega per tagliare due fette e distrarsi da quel ricordo angoscioso. Wilfred entra completamente per coccolare Gitel con un sorriso ancora più aperto e più gioioso sul volto, ma poi la cagnolina precede la padrona, sfila il giaccone ma fa scivolare un piccolo involto di velluto blu nella tasca dei pantaloni, si schiarisce la voce. «Non saper pattinare è una buona scusa.» ribatte con serenità: «Io l’ho usata parecchie volte con le ragazze.» non osa mettere in dubbio la sincerità di Bastian, non può definirsi geloso o forse, non vuole ed è una strana, fugace sensazione che lo pervade, sposta il viso e aggiusta gli occhiali per tenersi occupato. È presto costretto a concentrare la mente su altre questioni. «Vorrei tradurre le sue parole e posso dirti che Jody non parlava latino con tanta dimestichezza. Io non capisco cosa stia a significare, tutto ciò e nemmeno come arrivare al nodo, al bandolo della matassa. Forse, quando accadrà per Jody sarà tardi.» solleva la mano destra, prevenendo obiezioni: «Sono consapevole di non avere alcuna colpa. Non sono tormentato da un desiderio di espiazione, io vorrei fare in modo che una vita innocenti rimanga tale, vorrei vedere una famiglia riunirsi. Vorrei ci fosse un poco di giustizia in più nella città.» abbassa il braccio con un respiro profondo che esce dalle narici. C’è frustrazione ed ansia nel tono. Si accosta alla ragazza per sbirciare il dolce. «Mi spiace.» soggiunge, non ha colpa della visione e non ha colpa di tante altre cose avvenute, ma si scusa di nuovo.
Enid resta piegata, il dolce è una torta ovale con una base di pandispagna, uno strato di cioccolato fondente, uno di cioccolato al latte e una generosa porzione di panna su cui sono stati sbriciolati pezzi di cioccolato gianduia. È il paradiso sotto forma di dessert e l'accompagna con una scelta di bibite alcoliche e non. «Non devi dirlo: l'abbiamo visto tutti quanti.» solleva la testa per sorridergli con calore: «Non sentirti colpevole per Jody e non sentirti colpevole per me.» prosegue, il tono rimane sicuro, senza eccessiva enfasi. «Sono una persona adulta, come ve ne sono altre e in quanto tale, sono responsabile di me stessa e non vorrei che fosse altrimenti.» posa una generosa porzione sul piatto, allunga una scaglia di cioccolato a Gitel, che quasi le mangia il braccio intero, senza lavarsi le mani, riprende a maneggiare il cibo candidamente. «L'oscurità ci circonda, alcuni hanno l'opportunità di vederla ed altri riescono a evitarlo. È una scelta, talvolta e altre è inevitabile ma non dipende da nessuno, se non da noi stessi.» si raddrizza per porgergli il piattino con forchetta, tovagliolini di carta, come si conviene. «Non voglio che tu abbia da portare dei pesi a causa mia, perché non hai portato alcun male.» socchiude la bocca, sembra scartare almeno un paio di frasi. «Sei un amico. Hai rischiato la vita per proteggermi, mi hai fatto compagnia, mi hai confortata, mi hai ascoltata. Non rimproverarti niente e resta tranquillamente. Io desidero soltanto che tu stia bene.» c'è una dolcezza persino languida nel tono, ma possono essere l'incoraggiamento di un'amica sincera, cosa che lei è.

But with all my education I can’t seem to command it
And the words are all escaping, and coming back all damaged
And I would put them back in poetry if I only knew how
I can’t seem to understand it.
Wilfred non è un dolce a cui si possa dire ‘no’. «Ha uno splendido aspetto.» commenta. Non è esageratamente goloso, sa apprezzare la buona tavola. Prende il piatto, aspetta che Enid sia servita e accomodata per imitarla. «Non tutto è semplice come appare.» replica in tono asciutto, non vuole sbottonarsi troppo sull’argomento, sa che potrebbe farsi sfuggire dei dettagli inopportuni. «Io non vorrei parlare di quante mostruosità abbiamo veduto, di come conviviamo con esse. Non stasera.» afferma ed è piuttosto categorico, la voce diventa dura quanto lo sguardo ma tutto ciò perdura una manciata di secondi. «C’è un Rifugio per animali fuori da Sunnydale. Andrò a cercare un cane, la prossima settimana. Se ci fosse internet vedrei le foto sul sito, ma oggi non abbiamo avuto neppure i quarantacinque minuti per svuotare la casella email dallo SPAM.» sbotta esasperato. «Tu non sai quanto sia scomodo avere registri unicamente cartacei, a scuola. Ho una quarantina di studenti che affrontano cinque test scritti e due interrogazioni orali a semestre, ricordare le date, le esitazioni è impossibile, devo appuntare qualsiasi banalità. In passato, era così ma non era il metodo che avevo imparato. Lo stesso programma è stato consegnato in una busta chiusa, come fosse una lettera.» fa una smorfia, sospira solo dal naso. «Se non bastasse, ai consigli scolastici sembra di stare in un manicomio. Non si pretende ordine militare in un liceo, adesso, diciamo agli studenti di conservare i quaderni conclusi, casomai servisse consultarli.» spiega all’amica. Pare che stia affrontando una battaglia epica, deve portare i voti di fine anno. Jeremy per prenderlo in giro, dato che è nervoso, gli ha regalato i numeri della tombola. «Non penso che tu sia un vittima passiva, incapace di reagire, di vedere, di comprendere perché ti ho vista combattere, mantenere la lucidità e non ti prendo in giro, non ti chiudo gli occhi e non perché non possa ma perché io non desidero farlo. Sei una ragazza intelligente, forse la più brillante che abbia incontrato e non potrei mentirti: lo capiresti. Ti deluderei e non voglio neppure questo.» soggiunge, stira le labbra in un sorriso. Prende un pezzo di cioccolato, lo porge a Gitel, che è giuliva come fosse la mattina di Natale.
Enid ridacchia. «Mi ha guardata seducente dalla vetrina.» commenta, prende una fetta più sottile e siede sul divano, Gitel resta vicino ai due per ovvie ragioni. «Ci sono anche cose semplici e un uomo che dice di non saper pattinare, non sa realmente pattinare.» ritorna al discorso precedente con un leggero sorriso. Accavalla le gambe, il piede destro finisce ad accarezzare l'aria in un movimento annoiato. «Era un bell'uomo, simpatico e un po' imbranato. Credo ci siano tante persone simpatiche in città.» afferma con ottimismo, prende un po' di torta mentre lo ascolta. Annuisce piano. «Io devo firmare la petizione per l'acquisto di 'Hannibal' da una rete cable. Firmerai anche tu.» lo indica fugacemente, non ha diritto di manifestare dissenso o peggio, pensare di rifiutarsi. Minimizza, non serve amplificare i problemi con lui. «Vedrai che per l'Inverno saremo salvi.» chiude la sua riflessione. Riguardo al Rifugio, sorride allegramente. «Ottima idea, mi pare strano vederti senza quadrupedi. È come se ti mancasse una parte importante e non hai ragione per privartene.» dice convinta. Gli fa cenno di accomodarsi. «Wilfred.» fa un profondo respiro: «Io ho ricevuto un incarico importante da Marlene, vorrei spiegarti cosa sia successo.» vorrebbe guardarlo in viso per parlargli.

And I would give all this and heaven too
I would give it all if only for a moment
That I could just understand the meaning of the word you see
‘Cause I’ve been scrawling it forever but it never makes sense to me at all.
Wilfred assaggia a sua volta. Va a sistemarsi sul medesimo divano occupato da Enid, l’affianca sulla sinistra ma non dà altro cioccolato a Gitel, l’accarezza con un sorriso bonario. Mastica, deglutisce, stappa una bottiglia di acqua frizzante per riempire il proprio bicchiere, sa che l’amica opterà per il tea. «Sono sicuro che dici il vero.» risponde volgendo lo sguardo sulla ragazza: «Però, non ci sarebbe nulla di strano, se avesse cercato di attaccare bottone. Sei una bella ragazza, sei brillante, sei simpatica senza essere invadente. Immagino che la penuria di buon gusto, sia la sola ragione che spinga i ragazzi verso altri soggetti.» parla con la massima calma, anche se i pensieri riprendono ad addensarsi. Non ha tempo per analizzarli, forse non ne ha il coraggio. «Vorrei apprezzassi la mia educata finezza.» stavolta, il sorriso è ambiguo. Arcua le sopracciglia, ricambia lo sguardo con serietà. «Ti ascolto.» assicura, mastica un boccone. L’immaginazione non lo conduce alla verità, le idee rimangono vaghe.
Enid affonda i denti della forchetta negli strati. Trova inutile indugiare oltre, intende andare dritta al punto. «Sono entrata nella libreria, Marlene guardava la TV. È in quel momento che abbiamo sentito la preghiera, che abbiamo visto Jody e io ero sconvolta.» ammette, ma non abbassa il viso, non si vergogna di aver provato timore. «Marlene è stata gentile, mi ha calmata e mi ha raccontato una storia: quando le porte dell'Inferno furono aperte, la gloriosa Legione di Michele, Principe degli Angeli, discese sulla Terra per aiutare i coraggiosi a combattere i Demoni, ansiosi di disperdersi sulla Terra.» ha un tono solenne, sembra sia tornata al tavolo del Gioco di Ruolo. «La battaglia era sanguinosa, tanto che Michele dubitò che i suoi fratelli venissero salvati, sacrificando due delle sue sei ali, radunò gli Angeli e li mise al sicuro. Tornato indietro, cadde in mano ai nemici, ancora adesso, giace all'Inferno, in attesa di essere liberato.» termina, si sporge per prendere il tea verde freddo. L'impresa vale tremila punti, non sono accettati gli adoratori di Satana, equipaggiamento a scelta del giocatore. Non lo pensa neppure, lei architetta trappole mortali. C'è un angolo oscuro nella sua anima innocente, c'è in qualsiasi master. «Marlene è Azrael, l'Angelo della Morte. È in questa città perché vuole liberare Michele, non è la sola e nel mentre, proteggono la Creazione dalla malvagità.» deglutisce un sorso: «Io sono venuta in contatto con questa crudeltà, sono un'Umana e per Azrael sto rischiando più del lecito, per questo motivo, ha deciso di pormi sotto alla sua protezione. E io ho accettato.» ispira, espira, si china per avere le mani libere: «Ha parlato di Clarice, lei nel proteggerti sta mutando in una creatura celeste, diventerà un Angelo. Lo diverrà perché è buona, perché è forte ed è coraggiosa.» infila la mano sinistra nella tasca dei pantaloncini, estrae una piuma azzurra di color argento sfumato sulle punte: «L'ho vista con le sue ali, due sono spezzate e quattro si aprono, pronte a sollevarsi in volo. Tieni questa piuma con te, Wilfred, proteggerà entrambi.» l'allunga e per tutto il tempo non ha mostrato esitazioni, imbarazzi, indugi. Sa cosa ha visto, sa cosa sia reale.
Wilfred ascolta, niente che non abbia già appreso e allo stesso tempo, sentirlo dalla voce di Enid ha uno strano effetto sul suo umore. Perde il sorriso, l’appetito. Appoggia il bicchiere, il piatto e si alza in piedi. È vagamente rincuorato dalla sorte che attende Clarice. «Avrei voluto si diplomasse, andasse all’Università, conoscesse la sua condizione umana, la sentisse propria. Qualcuno le ha strappato l’occasione di essere una donna, le danno l’opportunità di essere un Angelo, attraverso nuovi sacrifici.» ritorna ad avere un tono duro, ma non ostile. «Tu sei stata aggredita, sei stata spaventata e un Angelo pone le ali sopra di te. Dovrebbe essere questa, la perfetta giustizia?» domanda, contrae le labbra in una smorfia. «Io non riesco a comprendere. È questo il massimo a cui si possa aspirare?» prende la piuma fra le dita. Percorre la lunghezza del divano, avanti e indietro, un paio di volte, porta la mano sinistra al braccio. Le emozioni sono contrastanti, non c’è il sollievo aperto che ci si dovrebbe attendere. «La trovo una cosa buona, Enid.» precisa alla fine: «Non chiedermi altro. Devo solamente abituarmi. Non al fatto che tu sia protetta da un Angelo o che Clarice stia per divenirlo… Ti ringrazio per essere stata onesta, però ci sono troppe cose da metabolizzare. Tutti questi fattori dovranno far parte della nostra quotidianità.» scuote il capo: «Ho qualcosa per te, ma non ti proteggerà. È un banale regalo.» usa la mano destra per prendere il piccolo sacchettino di velluto blu chiuso con una nastrino dorato, al suo interno è sistemato un piccolo gioiello composto da una sottile catenella d’argento a cui è appeso un ciondolo ovale al cui centro è incastonato cristallo Swarovski arcobaleno, simile all'Arkengemma, attorno ad essere sono intagliate delle rune a comporre il nome “Enid”, sul retro del ciondolo in caratteri normali è aggiunta la frase: “Luce, tu sei per il mondo” . Lascia che sia la ragazza a scoprirlo, mentre si chiude nel silenzio e piega le ginocchia per coccolare Gitel.
Enid non gli ha detto di essersi sottomessa a un Vampiro, può cercare di comprendere la sua inquietudine ma non l'incoraggia. «Wilfred.» prosegue a mangiare la torta: «Non devo scoperchiare l'abisso, non ho una Schiera di Angeli alle costole. Abbiamo parlato del fatto che esistono buone e cattive creature. Io sono stata avvicinata da una persona benevola ed è una persona unica ed irripetibile, come lo siamo noi. Sono rimasta sconvolta, al principio, ma ho pensato a quanto fosse rassicurante che qualcuno si opponesse a quei mostri.» cerca di spiegarsi, purtroppo non ha un'opinione elaborata in merito: «Non è una giustizia perfetta, non è il massimo a cui si possa aspirare, però noi viviamo oggi e dobbiamo accettare quanto ci è stato offerto: io penso che Marlene possa diventare una mia amica. Non perché sia l'Angelo che mi guarda le spalle, ma perché è simpatica, perché sa ridere e ha perso anche l'uomo che amava. Chiunque sia, voglio che sappia di potermi chiamare per commentare un serial o per confidarsi... Non si diventa amiche con un gesto, noi non lo siamo ma lei mi piace.» conclude. Mantiene il dialogo su fatti pratici, legati alla vita di ogni giorno, ha poca voglia di incasinarsi, adesso che ha un barlume di quiete. Posa il piattino, il bicchiere è vuoto: non spreca il tea e si trova un regalo. «Wilfred.» ripete il nome con dolcezza: «Grazie.» aspetta di aver tolto la collana dal fagottino di velluto per sorridere commossa, emozionata, gongolante. «Ma è stupenda!» esclama ammirata. Passa le dita sulle rune, sul cristallo, volta il ciondolo e serra le labbra per non lasciarsi sfuggire parole inconsulte. «Tu hai una vaga idea di quanto volessi una simile meraviglia?» alza la voce, euforica. L'autocontrollo viene meno, mentre lui è intento a divertire Gitel, lei cerca di allargare le braccia per cingerle attorno al suo collo.
Wilfred avere a che fare con gli animali, lo rilassa e mano a mano che resta a contatto con Gitel, si placa per sorriderle nel vedere quanto apprezza il suo dono. Non che sia andato totalmente alla cieca. «Ti auguro di trovare un’amica così.» acconsente, non ha altro di sensato da dire e poco dopo, si trova col peso della ragazza addosso. Il contatto è tutt’altro che spiacevole, Enid ha un tepore rigenerante, scioglie ogni tensione, sgombra il cielo dalle nubi. Avverte una fitta al braccio sinistro, eppure ricambia. Stringe contro di sé il corpo di Enid, gracile e delicato ma non debole. Deglutisce, vorrebbe lasciarla andare, vorrebbe tenere le distanze di sicurezza, stavolta non ha alcun controllo sulle emozioni, ben conosce l’ebbrezza, il languore a cui si abbandona il buon senso. È perfettamente consequenziale, cercarne il viso con la mano destra, sfiorarne appena il mento e poi tentare di accarezzarne le labbra con le proprie, un bacio lieve, un contatto premuroso, un riguardo naturale per non turbarla, per non passare il segno. La sua mano scivolerebbe sino alla nuca, massaggiandole il collo.


Non indugerebbe, per quanto ne avverta la necessità con la ragazza praticamente sulle proprie gambe. Scosterebbe lentamente il viso, il naso sfiorerebbe quello di Enid in maniera giocosa, le labbra si poserebbero sulla guancia. «Devo andare.» bisbiglia al suo orecchio: «Sono contento che l’Arkengemma sia custodita da te.» soffoca una risata. Non ha ragione di mostrarsi pentito, non lo è affatto. Sa che non è il momento di ragionare, di analizzare la situazione, si limita a viverla ed è la più bella, la più emozionante da che sia arrivato a Sunnydale. È un momento perfetto: c’è soltanto Enid, la sua casa accogliente e Gitel che li osserva, uno scenario in cui svanisce l’angoscia ma lui non ha vent’anni. Si ritrae con garbo, premurosamente vorrebbe sollevare Enid per lasciarla sul divano: «Devo andare.» ripete e l’emozione, rende la voce quieta, amorevole. «Buonanotte.» aggiunge.
Enid ha il cuore che batte come un tamburo, sembra voglia salire in gola, Wilfred non può ignorarlo e ogni centimetro di pelle che tocca è percorso da un brivido, sente i muscoli tendersi nell'incontrare il suo sguardo, poi abbassa le palpebre, socchiude le labbra e quello è il bacio più dolce e agognato della sua vita, al contempo è il più puro. La passione non spinge alla fretta, sembra cristallizzare quell'istante, amplificando l'intensità di ogni sensazione, il solletico della sua barba, la morbidezza della bocca ed il suo sapore, il tessuto della camicia sotto i polpastrelli, il profumo fresco del dopobarba che invade i polmoni, il suo petto che sembra martellare quanto il proprio. Porta le dita ai capelli, soffici riccioli castani che la imprigionano. Ride piano al suo bisbiglio. «Va bene.» mormora, vuole l'esatto opposto e sa che non sarebbe il momento opportuno per se stessa e per lui; sente che la tranquillità in cui sono immersi sembra destinata a durare. Cerca di sollevargli gli occhiali con la mano libera per poi accarezzargli il viso ed il collo. « La terrò bene in vista, perché mi ricordi chi per primo mi ha salvata.» dice sorridente, allenta la presa gradualmente, se lui dovesse farla sedere sul divano, non avrebbe obiezioni, si alzerebbe per accompagnarlo alla porta con la collana in mano e Gitel a fianco. Gli aprirebbe la porta, gli poserebbe un bacio sul collo. «Buonanotte.» sarebbero le sue ultime parole, mentre sente che il Paradiso si è avvicinato al mondo di qualche centimetro.

No, words are a language
It doesn’t deserve such treatment
And all of my stumbling phrases never amounted to anything worth this feeling
All this heaven never could describe such a feeling as I'm hearing
Words were never so useful
So I was screaming out a language that I never knew existed before.



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