I've been waiting for you
I've been waiting for you
Never found anything else to do
But waiting for you.
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Wilfred non ha chiesto il parere di James Dubois, perché la Biblioteca accoglie anche ignari clienti e non è sua intenzione far accedere qualcuno estraneo al Consiglio alla sala dedicata agli archivi, però sente di essere su una linea troppo sottile, di minare un equilibrio che vorrebbe preservare e non ha la più pallida idea di come conciliare il dovere con altre, contrastanti emozioni. L'attuale compromesso risiede nell'accogliere l'amica all'esterno, nel giardino dove si progettano vasti cambiamenti, stasera limitati ad alcune sedie sistemate sotto ad una robusta quercia e tre torce sistemate sul prato con un thermos da campeggio rosso. Un simposio ristretto e spartano. «Non mi sarei mai perdonato di aver sprecato questa bella serata.» afferma con voce calda, solleva lo sguardo al cielo per intravederlo fra i rami degli alberi. L'Osservatore è un uomo di trentaquattro anni di alta statura, ha un fisico proporzionato, non massiccio ma neppure allampanato, il portamento è tutto sommato elegante con le spalle e la schiena dritte; ha il volto dai lineamenti marcati, adombrato da una barba scura quanto i capelli tagliati corti e inevitabilmente ricci, specie con l’umidità, gli occhi sembrano grigi, una tonalità di azzurro limpida e chiara. Ha un abbigliamento casual, sebbene ordinato, pulito e curato, come del resto qualsiasi altro particolare relativo alla sua persona: camicia di cotone con fantasia tartan sul verde sbottonata sul collo e pantaloni di un’indefinibile tinta tra il color tabacco e il nero pece, abiti di taglio commerciale ben tenuti, le scarpe scure sono impermeabili, pesanti. Guida Enid sin sotto la pianta, lasciandola libera di accomodarsi, dove desidera.
Enid si guarda attorno, incuriosita più che allarmata, anche se la quasi totalità di eventi traumatici è avvenuta alla presenza di Wilfred, riesce a sentirsi sollevata con l'uomo accanto. Annuisce senza ribattere, non frequenta la Biblioteca di Sunnydale, preferendo arrivare sino a Boston ma la vista del giardinetto è piacevole come l'aria estiva. Non deve preoccuparsi di nascondere i lividi sul collo, né di apparire più calma di quanto sia realmente, affonda nella seduta di una sedia dietro alla quale si erge il tronco, sorridendogli. Enid ha un aspetto gradevole, sebbene abbia il raro pregio di rendersi anonima. È minuta, piccola di statura e sottile nel fisico, silenziosa nei movimenti fluidi, aggraziati, ha un bel viso in cui brillano occhi verdi come il mare, in cui spiccano labbra piene rosate sulla carnagione diafana, i suoi capelli sono lunghi e sciolti sulla schiena, soltanto le ciocche laterali sono raccolte alla nuca da un fermaglio bianco, che spicca nel castano dorato della chioma. Indossa un abitino sopra al ginocchio blu navy, lo stile Boho-Chic imparato a Boston, linea scivolata e morbida, scollatura modesta chiusa da un laccetto rosso, maniche a tre quarti ampie, un nastro a stringere i fianchi e poi una gonna leggera, calza sandali dello stesso colore in cotone e corda per il rialzo, le gambe sono nude, chiare come la sua pelle in generale, gli accessori sono una borsa di stoffa beige da cui spunta la testa di un gatto grigio e una collanina di argento con un ciondolo a forma di cristallo di neve con piccoli brillanti azzurri. È truccata in maniera discreta, non ne ha bisogno. «Gitel si diverte!» esclama, indica il suo cane che scorrazza nell'area con aria giuliva. «Ha bisogno di movimento. Non sono esattamente alla sua altezza, al momento.» ammette con una smorfia. Reclina la testa e studia i rami intrecciarsi fra loro. Non introduce alcun argomento. Le piace anche il silenzio, anche la quiete dei pensieri.
Wilfred rimane in piedi, ha lanciato alla cagnolina alcuni giocattoli che Enid gli ha passato. «Mi pesa avere la casa vuota.» è un lento sospiro, affonda le mani nelle tasche dei pantaloni per rimanere in piedi davanti alla ragazza. «Vorrei andare al Rifugio, prendere uno o due cani ma non sono certo della vita che saprei offrire loro.» tende la bocca in un sorriso amaro, svia lo sguardo su Gitel che si diverte, libera da qualsiasi costrizione, gradualmente ne esce addolcito, rasserenato. «Mi è parso di vedere quella ragazza, pomeriggio.» racconta a Enid, sposta il peso da un piede all’altro, raddrizzandosi soltanto terminata l’ammissione: «Avrei voluto bloccarla, l’ho persino confusa con Clarice, lei è sfuggita.» fa un respiro profondo che accende il prurito al fianco ustionato. Reprime l’istinto di grattarsi a sangue la pelle. «Non voglio ce muoia nello stesso orribile modo. È una ragazzina. È innocente come lo erano Pamela e Clarice.» stringe i pugni con rabbia: «Deve esistere un modo per fermare l’assassino.» un ringhio carico di odio, un sentimento non sconosciuto, ma accantonato con saggezza. Sa che il rancore, la smania di vendetta possono renderlo vulnerabile, non gli è servito che Jeremy lo sottolineasse, ci è arrivato da solo e anni fa. Scuote la testa. Può lasciare tranquillamente l’argomento.
Enid riporta l'attenzione su Wilfred, l'espressione è comprensiva e gentile come lo è anche lo sguardo, la voce che raramente si alza o si inasprisce. «Nessuno può fornire delle garanzie, perché tutti avanziamo nel futuro un minuto dopo l'altro.» replica affatto stupita dalle affermazioni, il suo sorriso è dolce: «Vai al Rifugio, prendi due cani che saranno fortunati a vivere con un essere umano buono come lo sei tu. Saranno amati, saranno curati, saranno rispettati. Nessuno può sapere quanto vivranno, quanto vivremo però siamo noi a decidere il come.» conclude la parentesi di pacata, illuminata saggezza senile, quasi fosse posseduta dallo spirito di Gandalf il Bianco. Riguardo alla ragazzina, china lo sguardo, rispettosamente. Essere delle adolescenti bionde porta una sfortuna incredibile a Sunnydale. Non è un commento da pronunciare, prende tempo sollevando un osso di gomma, lanciandolo a Gitel, ispira ed espira a bocca socchiusa. «Dovrebbero essere fermate tante persone, tante cose.» si limita a mormorare: «Io spero che la piccola si salvi, che sia scappata e ritorni a casa. Ho conosciuto un poliziotto, Jack Wright e sembra tu sappia chi sia.» cerca di fissarlo in viso: «Pare in gamba. Può darsi che questo mostro abbia i giorni contati.» abbozza un sorriso, lieve. Parla di mostri umani, chiaramente ed è pure contro la pena di morte, se però giustiziano un serial killer pedofilo, non piange calde lacrime. «Dai un po' di fiducia al mondo.» è la serata delle frasi estratte dai Biscotti della Fortuna.
Enid riporta l'attenzione su Wilfred, l'espressione è comprensiva e gentile come lo è anche lo sguardo, la voce che raramente si alza o si inasprisce. «Nessuno può fornire delle garanzie, perché tutti avanziamo nel futuro un minuto dopo l'altro.» replica affatto stupita dalle affermazioni, il suo sorriso è dolce: «Vai al Rifugio, prendi due cani che saranno fortunati a vivere con un essere umano buono come lo sei tu. Saranno amati, saranno curati, saranno rispettati. Nessuno può sapere quanto vivranno, quanto vivremo però siamo noi a decidere il come.» conclude la parentesi di pacata, illuminata saggezza senile, quasi fosse posseduta dallo spirito di Gandalf il Bianco. Riguardo alla ragazzina, china lo sguardo, rispettosamente. Essere delle adolescenti bionde porta una sfortuna incredibile a Sunnydale. Non è un commento da pronunciare, prende tempo sollevando un osso di gomma, lanciandolo a Gitel, ispira ed espira a bocca socchiusa. «Dovrebbero essere fermate tante persone, tante cose.» si limita a mormorare: «Io spero che la piccola si salvi, che sia scappata e ritorni a casa. Ho conosciuto un poliziotto, Jack Wright e sembra tu sappia chi sia.» cerca di fissarlo in viso: «Pare in gamba. Può darsi che questo mostro abbia i giorni contati.» abbozza un sorriso, lieve. Parla di mostri umani, chiaramente ed è pure contro la pena di morte, se però giustiziano un serial killer pedofilo, non piange calde lacrime. «Dai un po' di fiducia al mondo.» è la serata delle frasi estratte dai Biscotti della Fortuna.
Wilfred estrae la mano sinistra per passarla fra i capelli, i riccioli sembrano ammassarsi attorno alle dita, qualche nube si affaccia sulla volta celeste, resta silenzioso per alcuni minuti, abbassa il braccio ferito e fa un passo indietro. «Non era una mia studentessa, quest’anno ma la conosco.» il tono è basso, le riflessioni di quelle ore mutano in frasi reali, riescono a ferirlo per la quantità di rabbia e di frustrazione che sollevano, sono cocci di vetro sulla pelle. «L’avevo vista con Clarice, nei corridoi della scuola.» aggiunge, ma il resto rimane in gola, come fosse incapace di manifestarlo. Fa un passo avanti. «Sì, conosco Jack e mi ha parlato della sua carriera. Penso sia un ottimo acquisto per Sunnydale. Penso che farà il possibile per ritrovare la ragazzina ma credo pure che non ci riuscirà.» affermazione cupa, solenne che vuole sia smentita in cuor proprio. Osserva Gitel per altri minuti. «Dovremmo vivere senza certezze?» le domanda con le sopracciglia arcuate,distratto dalla sagra del vittimismo. «Brancolare nel buio, senza avere certezza alcuna di quanto avverrà a noi e a chi amiamo?» sorride, come a sfidarla: «Avanti, Enid, sappiamo entrambi che la vita è una strada irta di ostacoli e che non procederemmo le nostre sicurezze. Le abbiamo tutti. Il salto nel buio è da incoscienti, non da coraggiosi.» piega le ginocchia per aprire il thermos da campeggio. Ci sono dei coni gelato, the freddo in lattina, acqua minerale e birra. Lui non ha dubbi, prende una bottiglia di alcolico, poi fa un cenno alla ragazza.
Enid opta per il cono gelato, a costo di riempire di cartacce il thermos, ha bisogno di zuccheri. «Non puoi saperlo.» si limita a osservare neutrale, senza intento polemico bensì speranzoso. «L'ho cercata con lo sguardo, mentre portavo Gitel a spasso e mentre tornavo dal Centro Commerciale. Mi è parso di incrociare una ragazzina bionda, incredibilmente simile a lei e sbagliavo. Sarebbe stato bello, l'avrei afferrata per un braccio, portata alla Polizia.» dice in un mormorio triste: «Tutti stanno sperando e pregando che non accada niente di male, che ritorni dalla sua famiglia. È confortante, sapere che la maggioranza delle persone sono buone, non perfette o sante però oneste. È una certezza illuminante nella strada irta di ostacoli.» conclude. Addenta la parte al cioccolato, masticando e deglutendo a bocca chiusa, una buona volta. Ha la gola irritata dal tentativo di strangolamento, ogni giorno sembra andare meglio. «Non è un salto nel buio, Wilfred. È un ragionevole rischio.» prosegue. «Ne accettiamo parecchi e per ottime ragioni: avere degli amici, ad esempio. Gli amici sono estranei, sino a quando non impari a conoscerli, sino a quando non ti mostri a loro. Non è un rischio?» è retorica: «Innamorarsi è un rischio, un atto di fiducia e di speranza. Possiamo restare feriti, possiamo essere ripagati, non lo sappiamo sino a quando non decidiamo di esporci.» si ritrova a guardare Gitel, imbarazzata. «Io so cosa sia quel rischio, perché raramente lo affronto.» lascia andare l'ultima parte in un soffio.
Wilfred apre la bottiglia e porta il collo alla bocca, non è convinto e manda giù parecchia birra, fa una smorfia a causa del freddo polare del liquido, si raddrizza. «Il vasto bacino dell’onestà può contenere peccati nascosti sotto il tappeto, ma desumo tu parli di anime pure.» riprende l’argomento, fa spallucce. «Va bene, hai ragione: accettiamo dei pericoli per ottenere dei risultati. Gli amici non sono sconosciuti, impieghiamo del tempo a confidarci, possiamo sbagliare, possiamo essere ingenui, possiamo essere raggirati ma esigiamo una conoscenza profonda. Parliamo a tante persone, ma selezioniamo chi desideriamo nella nostra vita, non teniamo le porte spalancate a tutti.» fa ondeggiare la birra nell’aria. «L’amore può rivelarsi una fregatura: solitamente mostriamo le nostre qualità, teniamo nascoste le imperfezioni , siamo pronti a scusare le ombre altrui, sino al momento in cui non siamo esposti, siano a quando l’innamoramento diventa amore, un’affezione continua, appassionata e allora, ci troviamo accanto qualcuno che non conoscevamo affatto o non tanto bene.» strizza gli occhi per inquadrare il volto di Enid. Sorride. «Fai bene a essere prudente.» prende un sospiro: «Tralasciando le scorribande nell’oscurità.» premette con una sfumatura ironica: «Non devi essere ferita o ingannata o… Delusa.» si umetta le labbra. «Meriti il meglio. Tu sei il meglio, non accettare nulla di meno.» solleva l’indice sinistro, come fosse una raccomandazione da fratello maggiore.
Enid riporta lo sguardo su Wilfred, lascia che parli senza interromperlo o smentirlo. Si rilassa un poco sulla sedia. «Intendevo altro.» risposta asciutta, anche perché non ha un'esperienza enciclopedica da sfoggiare in qualsiasi campo escluse le arti umanistiche e i giochi di ruolo. «Posso continuare a darti ragione, ma forse sei un po' cinico. Non vorrei mai apparire diversa da chi sono, ma non perché creda di essere un capolavoro della Natura, semplicemente devo essere amata o rifiutata per me stessa, per come parlo, per come penso, per quello che cerco dagli altri e non per quanto sia brava a recitare.» solleva la mano, portandola ai capelli. «Sì, cerchiamo di essere più belli, più simpatici, più piacevoli ma non per questo siamo diversi.» obietta. Al resto resta silenziosa per alcuni minuti, Gitel si avvicina per farsi accarezzare. «Tu sei il meglio.» è un sussurro, sorride e non aspetta alcuna reazione. Non è certa di volerla notare. «Domani, sarà una giornata piovosa.» alza lo sguardo al cielo: «Sono felice di non essere rimasta a casa. Sono felice di aver portato Gitel a correre. Non accadeva da tempo.» vira subito su lidi più confortevoli: «Non ero mai stata alla Biblioteca, mi rivolgevo a Boston. È piccola ma ben curata, ignoravo fosse un giornalista del calibro di Dubois a tenerla in piedi.» lancia un'occhiata nei paraggi. «L'ho sottovalutata e ho sbagliato.» termina soddisfatta.
Wilfred rimane a guardarla, beve e si sporge ad sfiorare Gitel sotto al muso. «Non volevo svicolare.» risponde con semplicemente: «Non mi hanno mai definito ‘cinico’.» appare divertito, sorridente: «Sono un uomo, ho visto tante piccole cose e ho tratto delle conclusioni. Credo che esista l’amore, che possa durare negli anni, che si arricchisca col passare del tempo. È sull’ amore che si basano le famiglie, possono essere case imperfette, traballanti però sono i porti sicuri che conosciamo, che cerchiamo di creare anche sperando di migliorarli. Tutto inizia da una coppia che si ama.» restare curvato non l’aiuta, si raddrizza. Non ha reazione, non mostra il viso o l’espressione. È teso, ombroso e non vuole turbare Enid. Non vuole turbare se stesso, non oggi. «Jeremy è straordinario.» torna a guardarla con po’ di serenità negli occhi. «Mi ricorda il nonno.» è una lode sperticata. Il nonno è venerato dall'uomo, quale paradigma di ogni virtù, la sua memoria è eternata in un'agiografia con tanto di episodi canonici in cui si esaltano la sapienza, il rigore morale, la generosità; resta la dolcezza con cui trattava il nipote, consapevole di dover essere un padre per lui. Sospira. «Pioverà, ma almeno stasera siamo rimasti in un giardino a chiacchierare. Prendi un libro, prima di rincasare. So in che scaffale è messa la narrativa.» propone vivacemente: «Avrai la tessera, non sarà accogliente come la libreria di Marlene Archer ma non finirai per dormire sullo zerbino, perché hai troppi libri in casa.» conclude, salvo aggiungere. «Il romanzo che mi hai fatto avere è molto bello.» finisce la bottiglia. Può guidare senza problemi. Cerca le chiavi della Biblioteca in tasca. «Chiuderò io.» spiega a Enid.
Enid procede con calma col gelato. Abbonata al cavalleresco ritrarsi di Wilfred, non fa una piega. Non sa perché rimanga sulle sue più del previsto, perché passi più del solito minuti a fissare altrove, vorrebbe sperare e non osa, non ne ha la forza. «Ti ringrazio.» acconsente riguardo alla tessera della Biblioteca. «Sto pensando a un lavoro stabile, ma sono molto indecisa e ogni mattina, ho un'ispirazione differente.» si appoggia al bracciolo per levare in piedi. Gitel seguirà senza il guinzaglio. «Ho visto un negozio molto bello, ci ho fatto un giro. Forse, potrei iniziare da lì.» ipotizza con ottimismo. Resta colpita dal paragone, non ricorda che qualcuno fosse arrivato sino al più alto piedistallo. «Dovrò incontrarlo.» afferma soltanto, affiancando Wilfred per avviarsi alla Biblioteca e da lì, alla macchina di lui.
I've been hoping for you
Keep hoping for you
What else can I do
But keep hoping for you?
Keep hoping for you
What else can I do
But keep hoping for you?
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